L'Americanino, il boom, il declino

PADOVA.«Sono usciti dal buio. Erano in tre. Erano stranieri. Ci hanno detto: questa è una rapina. Gli abbiamo dato quello che avevamo in casa. E non ci hanno fatto del male. Ci hanno chiuso in cantina. Poi se ne sono andati». Telegrafico, come nel suo stile. Marcato accento chioggiotto e poca voglia di ricordare ciò che gli è accaduto poche ore prima. D'altronde Rodolfo «Tato» Bardelle, fondatore più di vent'anni fa dei marchi Outsider (quelli con la picca come logo), Americanino, Kinghino, Frank Scozzese, Jacob Cohën, è sempre stato un cosi. Diverso da tutti, «outsider», nel bene o nel male. Per natura. Anche quando, adesso, è vittima di una rapina.
Chiacchierato, invidiato, stimato, odiato, Rodolfo «Tato» Bardelle, 64 anni, è partito da molto lontano. Perché prima di diventare il «Renzo Rosso degli anni Ottanta» piazzando sul mercato marchi di jeans di successo a ripetizione, faceva il guidatore di ambulanze per l'ospedale di Chioggia. Ma già allora aveva il pallino della moda. O meglio: dei jeans. Che commerciava per arrotondare lo stipendio. Anche se i maligni in paese dicono che la sua fortuna non sia stata altro che aver sposato Favorita «Ita» Converso, originaria di Cavarzere, di quattro anni più vecchia di lui e di famiglia più che benestante.
In realtà l'unione fra «Tato» e «Ita», come tutti li chiamano a Pontelongo, ha dato vita ad un sodalizio «outsider» sia nel privato che nel lavoro. Tutti in paese ricordano quando quasi trent'anni fa i due fecero costruire la maestosa villa in via Villa del Bosco 105 (all'angolo con via Dante), due piscine esterne più idromassaggio, sei bagni, camere sopra e sotto, e una serie infinita di auto e moto parcheggiate in giardino da fare invidia a un collezionista: Rolls, Bentley, una Porsche dai colori sgargianti che molti ancora ricordano quando sfrecciava per le vie del centro.
D'altra parte, le auto e la velocità sono sempre stato il pallino di «Tato». Quando il business andava a gonfie vele «Tato» e «Ita» frequentavano i salotti buoni di Padova, piazzando successi imprenditoriali uno dietro all'altro. Che tradotto significa soldi a palate. In quegli anni «Tato» Bardelle poteva tutto. Convincere compaesani a diventare contoterzisti per lui, sponsorizzare la squadra di pallavolo del Petrarca, co-finanziare una società sportiva impegnata in gare offshore con i motoscafi, diventare, appunto, copilota di un equipaggio offshore, variare la produzione rimpiazzando un marchio con un altro senza pensarci su.
Poi, però, con l'avvento degli anni Novanta, all'improvviso, il declino. Anche in questo caso, da vero «outsider», amante della velocità e dell'azzardo. Quindi, la guerra con i creditori, le accuse di clienti e fornitori, i guai con la giustizia e la vendita della villa ad una società immobiliare di Abano Terme che via internet porta ad una società con sede principale in Lussemburgo. E il passaggio da proprietario della villa a semplice custode. Il declassamento fa un po' sorridere alcuni compaesani di Bardelle. Ma tant'è. La villa è di proprietà di altri. Ma c'è da scommetterci che «Tato» Bardelle ancora una volta saprà mettere a frutto il suo fiuto per gli affari. Uno dei suoi marchi, infatti, Jacob Cohën sta conoscendo in questi anni un successo inaspettato. Dietro al business non c'è «Tato» in prima persona, ma il figlio Nicola, 40 anni. Ma il nome del prodotto è tutta farina del sacco di «Tato». Un nome inventato nel 1985 e che deriva dall'unione di Jacob Devis, il primo produttore di denim che collaborò con Levi Strauss, e Cohen, il cognome ebraico più diffuso sul pianeta. Il figlio Nicola ha iniziato ad occuparsi del brand di famiglia a partire dal 1993. Ma la «label» è stata ufficialmente rilanciata solo dieci anni più tardi, nel 2003. Ora i prodotti Jacob Cohën si trovano sugli scaffali delle più prestigiose boutique di tutto il mondo. Il volume d'affari della società è milionario. Alcuni indicano come «mente» della rinascita di uno dei marchi storici della famiglia Bardelle proprio «Tato». La cui abilità è riconosciuta anche dal figlio Nicola: «Il mio obiettivo - ha detto - è totalizzare cifre pari a quelle raggiunte da mio padre con i suoi marchi negli anni Ottanta».
Le boutique che offrono il prodotto Jacob Cohën in tutto il mondo sono 750, di cui 450 in Italia. Fra i negozi italiani c'è anche la catena Duca d'Aosta. La strategia del brand dell'imprenditore Nicola Bardelle, che ha chiuso il 2007 con ricavi per 18 milioni di euro e concluderà il 2008 a quota 30 milioni forte di una crescita del 66%, è ambiziosa ma mirata. Ovvero, solo prodotti made in Italy e un target molto alto. Clienti che possono spendere tanto, ma che pretendono anche tanto.