Andrea Gritti dice addio alla pallaovale


di Gianluca Galzerano
FAVARO VENETO. Prima e ultima stagione da «Doge della touche». Nell'album dei ricordi di Andrea Gritti, quella appena conclusa in maglia amaranto-oro con la conquista del suo ottavo titolo personale occuperà dunque non più di una pagina, per quanto sotto molti aspetti preziosa. Il forte seconda linea ha ufficializzato il ritiro, che in realtà era già nell'aria da qualche settimana.
«Incompatibilità con la nuova professione di avvocato», questa la motivazione addotta dal 33enne trevigiano, uno dei prodotti migliori della scuola italiana nel suo ruolo degli ultimi anni, fisicamente e tecnicamente ancora in perfette condizioni per poter affrontare un campionato di Super 10. Una carriera luminosissima, non sfruttata appieno con la maglia azzurra, indossata malgrado il potenziale solo 15 volte, anche se con la firma da titolare nella memorabile prima partita della storia del Sei Nazioni (vittoria sulla Scozia al Flaminio) e nello storico incontro con gli All Blacks di Genova, quando il calendario segnava per entrambi l'anno 2000.
«Ci ho pensato a lungo, è una decisione difficile e sofferta, ma dopo tanti anni di rugby è venuto il tempo di dire basta - è il primo commento di Gritti - questo sport mi ha dato tantissimo, sia con i miei tre club, Bologna, Treviso e Venezia, ndr, sia con la Nazionale, ma a 33 anni e con la mia nuova professione, ho capito che un altro campionato di Super 10 non lo avrei retto mentalmente. Del resto, di giocare in una squadra diversa dal Casinò non ci ho pensato neanche per un momento, per cui quella del rugby giocato è una pagina che mi sento di poter chiudere con la coscienza a posto».
E con un palmarès di prim'ordine assoluto: sette scudetti a Treviso, un titolo di Campione d'Italia con Venezia, la Nazionale: «Devo dire che nella mia carriera sono stato fortunato - prosegue l'ormai ex - anche se è indubbio che a certi risultati non arrivi se non mescoli bene talento, doti fisiche e tanta volontà. Treviso mi ha permesso di toccare con mano il rugby d'élite in Italia e in Europa, facendomi fare il salto con la maglia azzurra, ma forse perché ancora fresca debbo dire che l'esperienza qui a Venezia è stata davvero memorabile, un ricordo che mi porterò sempre dietro».
Una stagione da dominatori in regular-season, poi la fatica dei playoff ed una finale portata a casa per soli tre punti: «Sull'esito della finale non ho mai avuto dubbi, quello che non mi sarei mai aspettato è stato l'andamento delle due partite con il San Marco, una lezione di umiltà che mi farà del bene anche per il resto delle mie cose. La sensazione di smarrimento provata al momento dell'ultimo calcio di Benetti nel ritorno a Mestre non la auguro a nessuno: con Candiago ci siamo guardati e abbiamo pensato che un anno di lavoro e di grandi aspettative stava per scivolarci via da sotto i piedi. Poi quel calcio è uscito, la gente è esplosa ed io non riuscivo a crederci».
Gritti lascia e passa a indossare la toga, per avviare un'altra carriera alla quale tiene molto.
A voler far bene le cose, è questo il prezzo da pagare: essere il numero 1 in due campi cosi impegnativi non è possibile, e c'è chi non accontenta di una prestazione a metà servizio. Il mondo del rugby però non uscirà del tutto dal suo cuore, e forse nemmeno dalla sua vita. Una scrivania da dirigente, giusto per non mollare del tutto, lo attende: «Il presidente mi ha fatto un'offerta che non posso rifiutare - conclude Gritti - qui sono stato benissimo, l'ambiente è in grande crescita ma non dimentica la dimensione umana di questo sport. Spero di dare il mio contributo, di sicuro il mio impegno sarà al massimo».