19 maggio 2007 —
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sezione:
Spettacolo
Q
uesta sera, alle 21, Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli presentano, al Palasport di Villatora di Saonara, il loro nuovo noir: Tango e gli altri, romanzo di una raffica, anzi tre
. E lultimo degli «Incontri con lautore», gratuito, organizzati dallAssociazione «Cuore di Carta».
Abbiamo raccolto le impressioni a caldo di Loriano Macchiavelli sulla nuova avventura del celebre Commissario Santovito. «Si tratta di un giallo, o noir, come usa oggi. Un romanzo dindagine che affonda le radici nella Resistenza. In quei momenti tristi si sono verificati episodi drammatici, come accade in tutte le guerre, che sono sempre sporche e portano morte. Uno di questi episodi, la strage di unintera famiglia della nostra montagna, rimase allora insoluto, anche se, nel caos della guerra, appunto, i partigiani di una Brigata Garibaldi ritennero di aver trovato il colpevole e lo fucilarono. A distanza di sedici anni si scopre che forse quello non era il vero responsabile. Il commissario Santovito cerca di capire e di riparare, se mai si può riparare ai danni di una guerra». Come vi siete conosciuti tu e Francesco? «Lho incontrato molti anni fa, quando ancora non era il mito che è diventato. Io facevo teatro al San Leonardo di Bologna e lui ci veniva con altri studenti come lui. Poi ci siamo persi. La nostra collaborazione è iniziata per caso: alla presentazione di un mio romanzo, Coscienza sporca, Francesco mi raccontò della misteriosa morte di un prete avvenuta dalle parti di Pàvana, negli anni 20. Da quellincontro è nata lidea, nelleditor della Mondadori, della scrittura in due. Abbiamo avuto fortuna». In generale, come riuscite a scrivere a quattro mani? «Lidea può venire a uno dei due, poi, assieme, ne studiamo lo sviluppo, le possibilità narrative, gli ambienti e i personaggi. Dopo di che ci mettiamo a scrivere. Ognuno si prende una prima parte della storia e sviluppa il brano. Ci si rincontra, ci si legge a vicenda il lavoro fatto, lo si completa e lo si monta. Assieme si fa il lavoro di uniformità stilistica e di linguaggio». Nel romanzo raccontate la giustizia sommaria di un tribunale partigiano che uccide efferatamente uno dei propri uomini e però anche un mondo perduto fatto di ideali per cui valeva la pena lottare. Quanto conta la memoria nella coscienza di un popolo? «Mi sai dire quando la guerra non è efferata? Io ricordo bene, anche se avevo solo dieci anni, il terrore che ogni giorno ci prendeva agli scoppi delle cannonate, dei bombardamenti aerei e dei massacri che ci facevano dubitare di arrivare a fine giornata. Abbiamo raccontato una storia per ricordare, in unepoca nella quale si cerca in tutti i modi di farci dimenticare. La memoria serve a evitare di ricominciare». A quali scritti avete fatto riferimento per la stesura dellopera? «Abbiamo fatto ricerche storiche e intervistato protagonisti di quei giorni. Abbiamo trovato documenti straordinari: i verbali dei processi partigiani e i regolamenti che le varie Brigate si davano. Si tratta, comunque, di un giallo e quindi avvenimenti e personaggi sono di fantasia. Nessuna presunzione di storicità o storicismo».
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Matteo Strukul