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Il viale Montegrappa, lungo 600 metri, era denominato un tempo «corso dei Santi Quaranta» ed aveva in fondo il capitello delle «do man» (due mani), per indicare verso nord-ovest le strade di Feltre e Castelfranco e verso sud-ovest quella per Padova. Con la costruzione del cavalca-ferrovia poco prima della guerra, il bivio è diventato un trivio essendo stato eliminato il passaggio a livello, sostituito da una breve galleria pedonale; a destra, il viale XV Luglio, in memoria di quel giorno del 1866 in cui di là arrivarono le truppe italiane; per Padova si sorpassa la ferrovia con via Cattaneo, per Vicenza e Feltre si gira a destra per il viale 24 Maggio sino a Piazzale Pistoia, la città toscana che ospitò il Municipio di Treviso dal novembre 1917 al settembre 1918, dopo Caporetto. Sul lato nord di viale Montegrappa era situata l'importante fornace Appiani. Graziano Appiani (1850-1920) era giunto a Treviso nel 1873 attirato dalla possibilità di sfruttare l'ampia disponibilità di argilla della zona per far funzionare su scala industriale la fornace a fuoco continuo da lui stesso brevettata l'anno precedente. L'occasione è offerta dalla conoscenza di un ricco proprietario terriero, Zaccaria Bricito, del quale Appiani sposerà la figlia. Il suocero possiede numerosi campi appena fuori di Porta Cavour (cosi si chiamava allora Porta SS. Quaranta). Su queste terre l'Appiani alza gli alti camini di una nuova fornace. Il successo fu immediato, decretato sia dall'incremento continuo della produzione e delle vendite anche all'estero delle sue famose tegole piane e piastrelle di ceramica, sia dai riconoscimenti internazionali. Appiani si dedicò con passione anche all'attività politico-amministrativa: fu consigliere comunale per oltre trent'anni, assessore e, per quasi quindici anni, presidente della Camera di Commercio. Si impegnò particolarmente nello sviluppo del sobborgo Cavour, fuori Porta Ss. Quaranta, dove era situato il suo grandioso stabilimento. Appiani, protettore e tutore della zona, ne era anche il padrone, dato che gran parte delle costruzioni era di sua proprietà, come il caseggiato popolare di viale Eden, dove erano alloggiati molti dei suoi dipendenti fissi; si trattava di una semplice schiera di appartamenti su due piani, ognuno col suo bel portoncino d'ingresso e sul retro un orticello. Lo stabilimento impegnava 250-300 persone, in parte provenienti dai paesi vicini. Nell'estate del 1904 viene inaugurato il «Grande caffè e ristorante Eden». Caratteristica del locale è la compresenza del popolare gioco delle bocce e il ritrovo mondano del caffè-concerto. L'allestimento di questo locale mette in luce sia il desiderio di offrire un luogo di ritrovo ai dipendenti sia la volontà di convogliare sulle proprie zone la tradizionale scampagnata «fuori porta». Nel grande giardino all'aperto dietro il Caffè Eden sorgerà un locale polifunzionale, il Teatro Eden, inaugurato il 5 gennaio 1911. Da quella data il luogo delle «do man» acquista un nuovo nome che conserva ancora oggi: si dice «all'Eden». Il locale entra in attività quando il tram elettrico arriva a fermarsi proprio di fronte; in un primo momento vi domina incontrastato il pattinaggio a rotelle nel pomeriggio, e alla sera il cinematografo. Ebbe una vita avventurosa: teatro, cinema, ballo, essiccatoio di tabacchi e infine magazzino; finalmente ritornò teatro, ripristinato nel suo splendore. In fondo al viale XV Luglio, prima della stazione ferroviaria, ora non più usata per i passeggeri, stava lo stabilimento per la lavorazione dei metalli di Jacopo Bortolan, alimentato dal fiume Cerca, ora quasi tutto reso sotterraneo. (f.t.)