630 fascisti uccisi: di più solo a Torino

VITTORIO VENETO.Nella «resa dei conti», immediatamente prima e subito dopo la Liberazione, in provincia di Treviso sono stati uccisi 630 fascisti. Solo Torino, in Italia, ne ha avuti di più: 1138. Il tragico conteggio è del ministero dell'Interno, ancora nel 1946. Il «Bus de la lum», profonda grotta carsica del Pian Cansiglio, viene rappresentato come la più grande foiba del Veneto. Ma è una storia, questa, ancora da approfondire. Prima perché non si trattò della classifica foiba del confine nordorientale, poi perché il numero di coloro che vi trovarono morte o sepoltura non è ancora certo. Secondo il comandante della stazione dei carabinieri di Vittorio Veneto, Giuseppe Fallai, furono «oltre 300» (relazione 16 luglio 1949). Gli speleologi udinesi del Centro Italiano Soccorso Grotte, calatisi negli anni Sessanta, li valutarono in 500 (200 soldati tedeschi, 100 militari della Rsi, 200 civili, donne comprese). Ambienti vicini all'Anpi riducono il numero ad una quindicina. I poveri resti hanno trovato sepoltura per lo più nel cimitero di Caneva. Nei camposanti della Pedemontata riposano anche le spoglie dei partigiani e dei fascisti che erano stati sepolti, durante l'occupazione in Cansiglio, in un improvvisato cimitero nel bosco della Candaglia. Ancora da recuperare sarebbero i resti del commando che rapi e portò in carcere a Udine «don Galera», parroco di Montaner, e di sua sorella Giovanna, accusati di collaborare con i partigiani. Il gruppo, una decina di fascisti, denominato «il presidio del tubo» perché di stanza nei pressi della condotta d'acqua, venne fatto prigioniero a fine aprile 1944 e portato in Cansiglio. Un'azione elogiata anche da «Radio Londra». Fu passato per le armi e i corpi vennero sepolti in una località sconosciuta, che sapremo solo fra una decina d'anni, quando sarà resa pubblica la documentazione sigillata lasciata dal comandante «Pagnocca». Si tratta di vicende in parte conosciute, in parte no. L'Istituto per la ricerca sulla resistenza di Vittorio Veneto sta raccogliendo materiali molto interessanti. Per restare nel solo ambito vittoriese, il 28 aprile 1945 a Fregona vennero catturati gli uomini del presidio sul campanile, le camice nere della «Danilo Mercuri», protagonisti di un assedio tempestoso del paese. Portati sul Pizzoc, furono uccisi e sepolti in una forra in località «Alle prese». La giustizia sommaria - secondo molti partigiani comprensibile in quei caotici momenti - colpi anche una trentina di guardie nere della «Mercuri», prigioniere nella caserma Gotti di Vittorio Veneto. Nella notte tra l'1 e il 2 maggio, alcuni di loro furono giustiziati presso le Fornaci Tomasi a Revine; altri, portati a Trichiana, si salvarono per intercessione del parroco e di un ufficiale. Nel pomeriggio del 29 aprile vennero passate per le armi anche le «SS» che avevano trovato rifugio a Villa Vianello, sul Col de Lana. Finirono in una fossa comune in città. 5 i fascisti fucilati vicino alla «Trattoria Seoi», nei pressi di Longhere. In piazza Salsa trovò fucilazione, il 30 aprile, un tenente responsabile di torture. Scese in campo l'allora vescovo Zaffonato - era l'8 maggio - per fermare quella che poteva diventare una carneficina. E il Comando della Divisione Nannetti intervenne per bloccare altre azioni di giustizia sommaria che si stavano estendendo ben oltre il Vittoriese.
(Francesco Dal Mas)