Un altro Comune vuol lasciare il Veneto

BELLUNO. E' un plebiscito in favore del si il risultato del referendum per il passaggio dal Veneto al Trentino di Sovramonte, Comune all'estremità sudoccidentale della provincia di Belluno, i cui residenti sono stati chiamati alle urne domenica e lieri. Al termine dello spoglio delle schede delle cinque sezioni, la prefettura di Belluno ha confermato che i 1308 votanti (68%) sui 1925 aventi diritto, con 536 residenti all'estero, si sono espressi per il trasferimento in Trentino: 1246 sono stati i si (95,25%), 49 i contrari (3,75%), 10 le schede nulle. Il referendum di Sovramonte segue quello di Lamon, tenuto il 30 e 31 ottobre 2005, che ha avuto lo stesso esito; e quello di Cinto Caomaggiore, il 26 e 27 marzo 2006, vinto dai secessionisti verso il Friuli.

di Renzo Mazzaro
VENEZIA.La guerra delle cannonate a salve va avanti come nelle peggiori battaglie navali combattute sui banchi di scuola, durante le ore di matematica, quando ancora non esistevano i telefonini, perché siamo di un'altra èra (purtroppo). Ma qui gli anni passano, i bimbi crescono, le mamme invecchiano, solo il Veneto non la smette di recitare il copione dei piagnistèi. Piangono tutti: il presidente della Regione Giancarlo Galan, il cui augusto sermone pubblichiamo sotto («nessuno frantumerà il Veneto»); il presidente della Provincia di Belluno Sergio Reolon («è il risultato di una politica di incapaci»); il sindaco di Sovramonte («è un grido di dolore, non ce la facciamo più»); gli abitanti di Sovramonte, comunello a quota 600 metri che esiste solo sulla carta (è composto da 5 frazioni con nomi diversi: Servo, Faller, Surriva, Aune, Zorzoi), gli unici che hanno ragione da vendere e dovrebbero essere solo aiutati a fare le valigie, se i politici fossero persone d'onore. Per dirne una: se mandano i figli a scuola a Fiera di Primiero hanno i libri gratis, l'autobus pagato, le aule nuove di zecca. Perché dovrebbero incaponirsi a mandarli a Feltre: perché nessuno deve frantumare il Veneto come dice il suo presidente?
E' dai tempi di Carlo Bernini presidente della Regione (fine anni ottanta) che va avanti questa solfa: tutti a piangere e denunciare e non succede nulla. Un disco rotto, una musica che esce dalle orecchie. Ma la misura delle chiacchiere senza risultato non è ancora colma: oggi pomeriggio abbiamo l'ennesima replica. Il Consiglio regionale discute la proposta di legge di legge del Pne di Panto, di dichiarare il Veneto sesta regione a statuto speciale, varando una modifica alla Costituzione che l'aggiunga alle altre 5 già elencate nell'articolo 116 (Sicilia, Sardegna, Valle d'Aosta, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia). Piccolo difetto: le modifiche costituzionali non si fanno a Venezia ma a Roma, da Camera e Senato, in doppia lettura. Ne consegue che, per quanto bene vada, il Pdl del Pne approvato dal Veneto andrà a Roma dove si fermerà in un cassetto. Non per colpa di Prodi, neanche Berlusconi ci riuscirebbe. A parte i soldi che non ci sono, non esiste maggioranza in Italia capace di portare a casa un privilegio per una sola regione. Lo sanno tutti, ma giocano lo stesso a buttare la palla più alta possibile. A lucrare sull'effetto, sul ritorno di immagine. Come accade peraltro con i referendum secessionisti, da Lamon in poi: non portano da nessuna parte perché devono essere istruiti dalla Regione, che invece li boicotta; e discussi dal Parlamento, dove nessuno si sogna di autorizzare una corsa alla disgregazione.
C'è di peggio. L'ipocrisia di partito ha portato ieri la Cdl a promuovere un vertice a Padova, presenti i capigruppo e i segretari regionali, o chi per loro. Al termine tutti hanno concordato con il progetto di legge del Pne, integrato da una proposta dinamitarda della Lega (sempre di modifica costituzionale, articolo 119 stavolta): trattenere nel Veneto il 100% delle tasse dei veneti. E' d'accordo, udite udite, anche Forza Italia benché il presidente Galan, che non è ancora l'ultimo della fila, abbia presentato in Senato solo tre mesi fa una proposta di legge di federalismo fiscale in cui si 'accontenta" del 70%. Scavalcato nella corsa all'oro da due cavalleggeri della politica come Remo Sernagiotto e Lorena Milanato (pardon, invertiamo l'ordine: siamo sempre dei signori).
Oggi in aula il centrosinistra, per bocca di Piero Marchese, dirà che questa convergenza del centrodestra sul Pdl di Panto è la prova dell'inciucio: Panto sta confluendo nella Cdl. Mariangelo Foggiato, capogruppo del Pne, risponderà che è falso, lui lo saprebbe. E avanti cosi...