SEGUE DALLA PRIMA Ciò che si teme, insomma, è un «effetto domino» che potrebbe portare, nel giro di poco tempo, alla chiusura di molte attività collegate, con la conseguente perdita di numerosi posti di lavoro.
Nel breve periodo appare lecito attendersi una reazione del governo nazionale, e precisamente del ministero delle Attività produttive volta ad esplorare varie opzioni. Una di esse è cercare di far recedere la Dow Chemical dal proposito manifestato, semmai individuando un comune terreno di intesa su ciò che la multinazionale americana può chiedere in cambio. Unaltra opzione è cercare di individuare chi possa, eventualmente, subentrare alla Dow Chemical. Resterà da vedere se lEni potrà fare da «cavaliere bianco», e se lo farà che cosa chiederà in cambio al governo. Tuttavia, credo che anche la classe politica veneziana debba porsi delle serie domande su come a Marghera si è andato evolvendo il rapporto fra processi di industrializzazione e cultura di impresa dominante in loco.
La mia impressione è che a Marghera abbia finito per prevalere un atteggiamento non del tutto favorevole alle imprese, le quali si sono trovate spesso davanti a comportamenti non sempre lineari da parte dello stesso mondo politico che da decenni governa Venezia. Adesso si parla con sempre maggiore insistenza di trasformare la mission produttiva di Marghera, ma non si riflette abbastanza se gli atteggiamenti dominanti in loco verso il mondo delle imprese siano compatibili con linsediamento di nuove e diverse imprese, semmai di piccole e medie dimensioni. Se la cultura dominante in loco rimanesse quella che fino ad oggi ha influenzato i comportamenti verso le imprese, ogni ipotesi di riconversione produttiva finirebbe per essere priva di fondamento.
Qui si toccano i nervi scoperti di una cultura sostanzialmente orientata alla conflittualità sociale. Tale cultura, che è certamente omogenea al modello fordista di impresa e del tutto coerente con una strategia di sviluppo territoriale, tuttavia si è dimostrata, almeno in Italia, fallimentare. Marghera è un esempio concreto, uno degli ultimi rimasti, di una strategia dello sviluppo locale basata sui cosiddetti «poli di sviluppo», incentrati sulla presenza di grandi industria di base. In virtù di una tale visione dello sviluppo si sono creati poli industriali specializzati in prodotti di base a Genova, a Napoli, a Taranto, ad Enna, nella illusione che la grande industria, semmai di proprietà pubblica, avrebbe generato impulsi idonei alla crescita di piccole imprese circostanti. Così non è avvenuto perché quei poli di sviluppo hanno finito per mostrare tutta la loro debolezza strategica, appesantiti da una logica burocratica ed impossibilitati, per vincoli di vario genere, a partecipare ai sempre più veloci processi innovativi. Inoltre, laddove prevale la cultura del conflitto sociale tipica della grande impresa fordista le piccole e medie imprese non possono prosperare.
Mentre vari decenni orsono si teorizzava di poli di sviluppo, crescevano e si affermavano in Italia solide reti di piccole e medie imprese, sia che si muovessero in un ambito più strettamente distrettuale, sia che si muovessero in aree sistema. Larea veneziana di Marghera è stata lunica del Veneto dove è nato un polo di sviluppo, dominato più da logiche politiche che da logiche economiche, mentre nel resto della regione si affermavano i distretti industriali e le aree sistema. Il risultato è che lindustria di Marghera ha imboccato la strada di un declino strutturale, mentre le altre realtà della regione sembrano in grado di esibire sufficiente flessibilità per adattarsi ai veloci cambiamenti del mercato globale. Tra laltro, credo poco allefficacia di azioni volte a pilotare, secondo una logica politica, un processo di uscita dalla attuale situazione e non mi pare che le ipotesi, alcune davvero fantasiose, che a volte si fanno abbiano solide fondamenta.
Tempo addietro, ad esempio, si sono lette affermazioni di politici veneziano contrari alla ubicazione di Veneto City a Dolo, ma semmai favorevoli alla sua ubicazione a Marghera. Questi politici non hanno compreso che lubicazione di una simile struttura a Dolo avrebbe un senso e ne avrebbe un altro, decisamente depotenziato, a Marghera. Il problema non è quindi quello di dare a Marghera qualcosa in cambio della chimica di base; il problema è di capire se Marghera è equivalente a Dolo rispetto alloriginario progetto industriale di Veneto City. Anche in questo caso emerge una sorta di cultura assistenzialista, la stessa che ha portato alla attuale situazione critica. Insomma Marghera è in crisi, per cui cè chi chiede di dirottare da altre località risorse ed iniziative che, per caso, in quelle altre località avrebbero un senso maggiore che non a Marghera. Ad esempio, si parla di fare di Marghera un polo di ricerca scientifica e tecnologica dimenticando che le istituzioni di ricerca scientifica dipendono da un ministero alle prese con limiti crescenti di bilancio e quindi portato ad operare tagli che danneggiano le strutture già esistenti.
I piani à la carte servono poco per affrontare la situazione del declino del polo di Marghera. Invece è necessaria una progettualità più realistica e soprattutto non condizionata da logiche assistenzialistiche.
Maurizio Mistri