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Comunale, standing ovation per Mario Scaccia decano della prosa

 Lui, unico e solo cigno della scena. Mario Scaccia ha sbalordito il pubblico del Comunale sabato sera. Quattro uscite, pubblico in piedi, un’ulteriore chiamata di applausi a sipario chiuso. Un tripudio. Per lui. E per il bravissimo Edoardo Sala, perfettamente all’altezza del maestro, nonchè per Laura Comi, prima ballerina del Teatro dell’Opera di Roma, che nella sua danza, attorno al corpo senza vita dell’anziano attore, ha lasciato il pubblico senza fiato. «Il canto del cigno» di Cechov è un atto unico, fondato sul dialogo tra l’anziano attore Vassilij Svietlovidov, rimasto chiuso di notte in uno scalcagnato teatro di provincia, e il suggeritore Nikita Yvanyc. Giorgio Serafini Prosperi ha ricostruito questo testo straordinario sulla vita privata e professionale di Mario Scaccia. «Serafini mi conosce bene - confessa Scaccia - dalle confidenze e dagli scritti del nonno Giorgio Prosperi, che in vita mi onorò della sua amicizia e che come critico teatrale de Il Tempo ha seguito la mia carriera». Scaccia ha interpretato un meraviglioso se stesso, a cui tutti in platea avrebbero voluto assomigliare. Un uomo che ha dedicato la vita al teatro e alla recitazione, abituato non a fingere ma a ricercare stanislavskianamente nel suo inconscio gli umori e i «sé» dei personaggi da portare in scena. Un uomo che ha fatto la guerra, ha vissuto l’8 settembre, ha scelto di recitare nonostante tutto. Che ha imparato osservando. Fin da bambino, da quando il padre pittore lo portava con sé ad apprendere l’arte. Il racconto è stato magicamente intervallato dai più celebri momenti della carriera teatrale dell’attore. Da Shakespeare a Dürenmatt; da Beckett a Petrolini. Fino alle poesie di Leopardi, Quasimodo, Trilussa. Un canto del cigno che, come scrive Prosperi, è un inno al teatro, «quello che impegna ogni atto della vita di un uomo, fin quasi a confondersi con la vita vera». (Lucia Devita)