Giacca e fifi in piazza d'Armi a Treviso il primo campionato


TREVISO.Fabiano portava la giacca, come Girani e Coletti, che aveva pure cappello elegante, mentre Girani aveva il fez. Righetti, con il pallone trattenuto tra le ginocchia, nella foto ricordo della prima formazione del Treviso Foot Ball Club, ha calcato in testa un berretto da capostazione. 1909, campo di Santa Maria del Rovere, il Treviso nasce cosi. Poi, certo, a Borgo Cavalli (soprannominato Contrada del gioco del pallone) si giocava «a calcio» ancora nel'700: figura in un quadro della colezione Coletti. Ma la cosa di cui bisognerebbe essere fieri, è quel primo campionato italiano della storia che si giocò in Piazza d'Armi, a Santa Maria del Rovere, nel 1896, indetto dalla Federazione ginnastica nel quadro di un grande concorso ginnico atletico. «Campionato del giuoco del calcio», è scritto proprio cosi. Vinse l'Udinese (Società udinese ginnastica e scherma), battendo 2-0 in finale la Spal (Società ginnastica di Ferrara) e l'istituto Turazza di Treviso. Era solo il Turazza, ma già nel 1904 esiteva un'Associazione Calcio Treviso, che nel 1908 si fuse con la consorella trevigiana Juventus. Ma il Treviso Fbc nasce, da quella fusione, un anno dopo. Le gare, allora, duravano tre tempi. La squadra, venduti gli uomini migliori (due al Milan), si ricostiti nel 1913. E si passò dalle maglia bianconere a quelle biancocelesti. Ci giocava anche uno straniero: il belga De Telemann. Nel campionato di Promozione arrivò seconda alle spalle del Verona. Poi ci fu la Prima guerra mondiale. Nel 1919, quelli che erano sopravvissuti, tornarono a vestire biancoceleste insieme a nuovi virgulti: Promozione. Treviso sali tra i cadetti, poi rotolò in terza divisione, per poi risalire, nel'22, nella B di allora. Per i migliori, l'approdo era Milano: all'Ambrosiana Inter finirono Berto Visentin e Gipo Viani, poi campioni d'Italia nel 1929-30, presto raggiunti da Bruno Bozzolo, ultimo ad andarsene dalla vita. E' in questi anni che il Treviso Fbc diventa Ac, partecipa alla Serie C nazionale. Nel '41 i biancocelesti mancano clamorosamente la scalata alla B: giocavano Moro, Raoul Bortoletto, Grosso. E Bisigato rientrato dall'Inter. Tra i tifosi, il Treviso vantava il Valentino Rossi di allora, Omobono Tenni, cui negli Anni '60 venne intitolato lo stadio. Venne la Seconda guerra: il Treviso si ricostitui nel 1945 e parti dal campionato misto B-C, ma nel campionato '47- '48, ricostituita la B, ne restò fuori. Fecero le valigie Moro e Bortoletto, futuri azzurri. La promozione in B arrivò nel ‘49-'50. A prendere il timone fu nientemeno che Nereo Rocco, il «Paròn», destinato a glorie milaniste. Andato via lui, iniziarono le retrocessioni, fino alla Serie D. Tra alterne fortune, arrivarono gli Anni Sessanta: di nuovo in C. E nel campionato 1967-68 approdò alla guida dei biancocelesti un'altra «firma», Gigi Radice, sfiorando la promozione in B. Poi fu ordinaria C, ancora, fino ai turbolenti '70: la caduta in D, la risalita in C con il trio dirigenziale Archiutti, Foscolo, Giacomini, la successiva presidenza Palla e, poi, quella del salernitano Alfonso Mansi. Un 'terrone" alla presidenza del Treviso? Come se oggi toccasse a un algerino: eppure don Alfonso si diverti e fece divertire. Il Treviso era già Spa, la fucina di giovani portava in nazionale. Ma il declino era dietro l'angolo: gli anni di Donadon, Dotto, Zoppè, società strangolata finanziariamente, mentre passano al timone nomi come Fontana, Reja, Romanzini (C2). La malattia societaria degenera: Nico Zambianchi, ex giocatore, ex ds, si ritrova presidente senza volerlo e porta i libri in tribunale. A salvare la baracca ci pensa Dino De Poli, portandosi sottobraccio un pack di imprenditori: campionato 88-89. L'anno successivo la squadra veniva affidata a Checco Guidolin. Ma gli alti e bassi non son terminati. Dopo i bassi-bassissimi (l'Interregionale nel 1993), la risalita con Bepi Pillon: quattro promozioni di fila, la presidenza del «magnifico» Caberlotto, il ritorno alla denominazione Treviso Fbc, la C2, la C1, la B. La cavalcata continua con la presidenza Barcè, quindi con quella Setten. Ma questa non è più storia: è cronaca.

Antonio Frigo