Trento fucina del Sessantotto


Ci sono facoltà universitarie che evocano molto di più di quello che rappresentano effettivamente. Una di queste è Sociologia a Trento, dove hanno studiato Renato Curcio e Margherita Cagol, ma anche molti dei leader di Lotta Continua, da Mauro Rostagno a Marco Boato, e dove il cattolicesimo si è saldato con il marxismo in una proposta politica che ha aperto la stagione del Sessantotto. A questa realtà è dedicato un libro «Vietato obbedire» (Rizzoli, 249 pagine, 8,60 euro), scritto dal giornalista del «Trentino» Concetto Vecchio, che non a caso è ai primi posti nella classifica di vendita dei saggi.
Non a caso, perché quella della facoltà di Sociologia di Trento è una storia importante, che racconta molto dell'Italia degli anni Sessanta e dei suoi protagonisti e forse aiuta a capire anche la svolta degli anni di piombo. Il libro copre più o meno l'arco di dieci anni, dal 1962, quando la facoltà viene istituita, al 1972, quando la normalizzazione, a Trento, è già avvenuta. In quei dieci anni, però, Trento è un laboratorio politico e culturale, dove non solo si affermano nuove forme della politica, nel bene e nel male, ma anche nuove modalità di aggregazione e nuovi modi di vivere.
Nel 1966 Trento inaugura la stagione delle occupazioni della facoltà universitarie. A pensarla è uno dei leader di un movimento che sta nascendo, Mauro Rostagno, che molti anni dopo verrà ucciso dalla mafia dopo aver fondato la comunità di Saman. L'obiettivo è concreto, il riconoscimento della laurea in Sociologia, mentre il Parlamento offre una laurea in Scienze politiche ad indirizzo sociale. L'occupazione ha quasi l'appoggio del rettore, e soprattutto di Bruno Kessler, il democristiano presidente della Provincia autonoma di Trento che si è battuto in tutti i modi, sfidando l'Università Cattolica e le diffidenze di Flaminio Piccoli, per aprire a Trento una facoltà di Sociologia. Alla fine gli studenti vincono, i partiti cambiano idea e la laurea in Sociologia viene riconosciuta.
Ma è solo l'inizio. Trento ha già grandi tratti innovativi. Mentre in Italia si accede all'università solo dai licei, a Trento si entra anche con gli altri diplomi. In più è una università di stampo più europeo, e collocata in una piccola città come Trento, prende l'aspetto di un campus sul modello americano. Cosi Trento, sognata da un democristiano che pensa alla sociologia come scienza del futuro e mai se ne pentirà, diventa la Berkeley italiana, matrice di contestazione e di protesta.
Dopo l'occupazione del 1966 scompaiono giacche e cravatte, gli studenti vanno all'università con i jeans. Nelle case di Trento si creano delle piccole comuni in cui la dottrina della liberazione, anche sessuale, si diffonde. E con essa anche il pensiero femminista fa il suo ingresso. La facoltà si amplia, gli iscritti si moltiplicano, le occupazioni, le lotte si intensificano. I nuovi temi sono il Vietnam, la condizione operaia, una università più aperta.
Nel 1967, per la prima volta in Italia, la polizia a Trento fa il suo ingresso all'interno di una università, mentre al città comincia a diffidare degli studenti. Ma intanto con la Statale di Milano, con Pisa e Torino, Trento diventa il punto di riferimento per il Sessantotto italiano. Rostagno, Boato e i loro compagni si legano ad Adriano Sofri, a Guido Viale: sarà il primo nucleo di Lotta Continua. E Renato Curcio, arrivato tra i primi a Trento, stila manifesti per una università diversa, non vincolata al capitale. La lotta non è più solo per una università diversa, ma per una società diversa.
Dentro il movimento c'è di tutto, anche alcuni preti che stanno accanto agli studenti, e dopo la crisi del 1968 arriva un direttore nuovo, Francesco Alberoni, che instaura una linea di apertura verso gli studenti che dà il via al nuovo corso. Con Alberoni arrivano molte intelligenze nuove, aperte, da Giorgio Galli a Franco Fornari, da Carlo Tullio Altan a Romano Prodi; si abbandona l'impostazione prevalentemente tecnicistica e si espande il concetto di scienza sociale. Gli studenti per la prima volta diventano interlocutori: Curcio, Rostagno, gli studenti più anziani vengono chiamati a tenere seminari ai compagni più giovani, aprendo quasi la strada ad una sorta di cogestione.
Ma contemporaneamente anche le tensioni aumentano, in città ci sono scontri, anche i cittadini manifestano ostilità verso un fenomeno che sembra estraneo: più vicino all'Europa che ad una realtà comunque provinciale. E improvvisamente, quasi in un abbozzo di strategia della tensione, tutto finisce.
Scoppiano alcune bombe a Trento, la violenza politica prende una piega confusa, e all'inizio degli anni Settanta il movimento a Trento muore. I protagonisti se ne vanno, ognuno per la sua strada, Curcio e la Cagol fondano le Brigate Rosse, gli altri continuano a fare politica altrove, Kessler viene spostato dalla Provincia alla Regione. A Trento tornano silenzio e tranquillità, ma rimane l'Università.

Nicolò Menniti-Ippolito