Racconti locali e potenti


Cittadella e tutta l'area dell'Alta Padovana possono diventare luoghi letterari? Gli uomini che vivono li dentro possono diventare personaggi? Le vite, le storie, le vicende (tra stalle, buoi, piazze, droga, campi, conti, massari, domestiche) possono ricevere il quoziente letterario che le renda interessanti a Roma, a Milano, Torino, Firenze, Palermo? E' il problema del Veneto, della veneticità. Sono luoghi irriscattabili. Per riscattarli, li devi tradire. Come li tradisce Meneghello, che ne fa luoghi per filologi, o Bettin, per sociologi, o (non mi escludo, sarebbe da vigliacchi) come faccio anch'io, che mi domando sempre se quel che sto scrivendo può avere interesse in Francia o Argentina, e se mi rispondo di no lo taglio e lo butto via. Anni fa, anzi (la vita passa) decenni fa mi capitò fra le mani (ero in giuria al Viareggio) l'opera prima di uno scrittore di Conegliano, che si chiamava (spero di ricordarlo bene) Olivo Bin. Era una raccolta di racconti, sulle piazze, la gente, i trucchi, gli incontri, i patemi, i furti, le biciclette, insomma la vita a Conegliano. In giuria con me c'era anche (ora è morto; la vita precipita) Paolo Volponi, col quale ero in amicizia. Ci consultammo e ci demmo da fare perché il libretto (forse il titolo era Storia di un bocia?) avesse il premio Viareggio Opera Prima. Ci riuscimmo. Su Bin facemmo una scommessa. Col senno del poi, la scommessa è perduta. Redimere un ambiente provinciale e alzarlo a luogo letterario non è impresa che duri un anno o un quinquennio: o ci spendi la vita o la perdi. Di Bin non so più nulla, dunque abbiamo perduto. Eppure, era geniale. Genialità sprecata. Immagino che le sabbie mobili di Conegliano l'abbiano ingoiato.
Ora mi capita tra le mani un libro brioso, acuto, disordinato, scorretto (18 errori in 140 pagine, senza contare le virgolette angolari, sempre assurde: l'autore non conosce i tasti del computer), ma vitale, autentico, grondante verità da ogni riga. (Diobòn, di Gianni Marchiorello). Ci sono libri perfetti che poi dimentichi. Ci sono libri disordinati, come questo, che non scordi più. Racconti da dentro le mura, dice il sottotitolo. Le mura di Cittadella. In realtà l'ambientazione spazia dal cittadellese a tutta l'Alta Padovana e il tempo viaggia dalla guerra all'oggi, con salti poderosi.
Fascisti, partigiani, disertori, imboscati. Molta vita dentro, molta vitalità, e molta morte, e la mortalità del tutto. La morte, dice Emanuele Zinato nella perfetta prefazione, è onnipresente. La morte è il confine tra il di qua e l'aldilà. L'autore «patisce» quel confine, ne è angosciato. Come tutta la civiltà veneta. A me il racconto che piace di più è quello intitolato «La cioccolata di zia Annetta», la zia che per tutta la vita predicava un aldilà con vasche da bagno piene di cioccolata, finché, per vie misteriose, capita una delegazione a portare un messaggio che la stessa delegazione non capisce, e il messaggio dice: «Non vasche da bagno ma grandi laghi».
A Cittadella la storia si divide in due tempi, prima e dopo la grande retata anti-droga del centro storico. Ci sono personaggi che finiscono nella grande retata, e personaggi che la scampano. Ma per tutti quello è l'evento. Nelle biografie scassate, la droga è il deus ex machina: devono precipitare prima o poi, e la droga le fa precipitare e sparire. Le catastrofi sono secche, senza pietà. Eppure il cinismo arido del racconto cela una forma di pietas per le sventure della sotto-umanità. Marchiorello ha a volte (non sempre) la sapienza di guidare il racconto verso un apice letterario, sviluppandolo da aforisma a storia, ma a volte senti (tipico dell'ambiente padovano) la voglia di raccontare una vita o una storia perché vale per te, sai benissimo che non vale per nessun altro; e questo è il limite della esportabilità di Marchiorello, limite che però coincide con la sua rappresentatività. E' la cultura del luogo che è cosi.
Ci sono autori che amano i loro personaggi quanto più riescono a sradicarli, a farne figure letterarie, ma qui senti che Marchiorello li ama di più quanto più li radica e meno li riscatta e li alza. Sono dunque storie dialettali, pensate in dialetto, con protagonisti che parlano (tutti) dialetto, ed è già un'impresa spostarli nell'italiano, e sia pure l'italiano «basso» di Marchiorello. Certo, è un libro locale. Ma entra nel cervello e ci resta.

Gianni Marchiorello «Diobòn!» Edizioni Inveneto Bassano del Grappa, 2004 pp.144, senza indicazione del prezzo

Ferdinando Camon