La letterata che riscopre le scrittrici


Una fra le «archeologhe» che stanno riportando alla luce i resti (nella fattispecie i libri e perfino gli inediti) delle scrittrici italiane fra Ottocento e Novecento sepolte nell'oblio, è Antonia Arslan, docente di letteratura italiana moderna e contemporanea, che a questa ricerca ha dedicato con passione inesauribile gran parte del suo lavoro. La seconda passione è quella per la storia, la letteratura, i costumi del popolo armeno: il popolo dei suoi avi a cui ha dedicato anche un'opera narrativa di prossima uscita da Rizzoli. Una delle caratteristiche di Antonia è l'entusiasmo che riesce a trasmettere anche per le sue doti di conferenziera colta e accattivante, in Italia e all'estero ma in particolare in quella «Casa di cristallo» da lei fondata a Padova dove da anni, con cadenza settimanale e alla presenza di un pubblico prevalentemente (ma non unicamente) femminile, propone autrici e autori noti e meno noti, italiani e stranieri, dando vita a un originale e spesso divertente «salotto letterario».
Ma com'è nato l'interesse per le letterate italiane cadute nel dimenticatoio?
«Tutto è partito dal romanzo popolare per cui ho sempre nutrito una 'colpevole" attrattiva. Era il periodo in cui Umberto Eco ed altri studiosi ne avevano indagato la struttura, e anch'io, da giovane assistente, ho deciso di dedicargli alcuni seminari con una quindicina di studenti. Oggi ne sono orgogliosa, perché ne è uscito un libro (Dame, droghe e galline) fuori stampa da decenni, che però ha avuto una quantità di recensioni anche se mi ha attirato altrettante critiche accademiche, perché mi ero permessa di farlo da sola con gli allievi. In quell'ambiente, nel 1977, era un atto di grande ardimento. Quel libro mi ha poi portato a indagare la partecipazione delle donne al romanzo popolare, prima di tutte di Carolina Invernizio, grande autrice di trame anche se scriveva in modo terrificante. E sono entrata in contatto con Corradino Martinelli, nipote della scrittrice Neera e proprietario del suo archivio. Abbiamo simpatizzato e da allora ho cominciato a frequentare lui e la moglie (pazzi entrambi come cavalli) e a esplorare l'archivio, da cui è venuta fuori la dimensione straordinaria e cancellata delle scrittrici dell'Ottocento. Più tardi ho progettato con l'editrice Vittoria Surian il libro sulle scrittrici venete Le stanze ritrovate. Tutte queste occasioni mi hanno portato a valutare l'importanza delle scrittrici nel loro contesto - non come fiori nel deserto, tipo Aleramo o Deledda - ma come parte strutturata e consapevole della cultura italiana. Tutti le cercavano, specie nella stampa periodica che ebbe grande espansione dopo l'Unità. E cosi si sviluppò un'infinita schiera di romanziere, novellatrici, giornaliste, appendiciste, in cui si trova un po' di tutto ma fra cui alcune spiccano. A me non preme di rivalutare ogni scrittrice solo perché donna: sarebbe ghettizzante e significherebbe rifiutare il confronto. Ma reinserirle nel contesto da cui sono state erase».
Ma come mai questo annullamento, se il pubblico le amava, se i critici le stimavano, se avevano successo?
«Le stimavano i colleghi narratori e i critici militanti, non però l'accademia che è responsabile della loro cancellazione. In sostanza la critica accademica, tranne Benedetto Croce, ha relegato queste scrittrici nel 'rosa", spostandole di casella. In breve si è cominciato a ignorarle, son passate di moda, e le eccezioni sono dovute a motivi extraletterari. Adesso si lavora a riscoprirle, facendo finalmente giustizia. Nel decennio 1880-90 erano usciti i romanzi di Verga, Capuana, Il piacere di D'Annunzio, ma anche capolavori come Teresa di Neera, che è dell'86 e Il matrimonio in provincia di Marchesa Colombi...».
Cosa fa per valorizzare queste scrittrici?
«La cosa più importante è ristampare: non ha senso fare un discorso accademico senza partire dai testi».
Come vengono recepiti questi libri dai giovani?
«Molto bene. Naturalmente devono essere un po' obbligati a leggerli, ma se lo fanno li apprezzano. Per ampliare il canone occorre ampliare la conoscenza, e far entrare nella coscienza comune che come in Francia, Inghilterra, Stati Uniti, anche in Italia la scrittura femminile esiste ed è di buon livello. Poi si possono preferire le sorelle Brontë o Virginia Woolf, ma è assurdo che tutti conoscano loro e non Neera. O Contessa Lara, che ha scritto un libro stupendo come La bambola».
E la nostra Salvioni, per metà di Pieve di Soligo, come la giudica?
«E' una buona romanziera e un'elzevirista nata. Ottima anche come scrittrice per l'infanzia, ma anche questa sezione della letteratura è ghettizzata come sottoletteratura. Perfino Pinocchio è stato riconosciuto solo da poco come prodotto letterario di altissimo livello, mentre nei paesi anglosassoni Alice è considerato un capolavoro e basta».
Che ipotesi fa sulle scrittrici di oggi?
«Oggi non si può parlare di emarginazione delle donne che scrivono e sono tante: ma anche queste potrebbero essere dimenticate perché si pubblica troppo. Già ora c'è un fisiologico ridimensionamento (forse non duraturo) di scrittrici già famose come Anna Banti, ma è un giudizio che coinvolge anche scrittori come Moravia, che era stato sovraesposto in vita».
Delle autrici di oggi chi salverebbe?
«Alcune mi piacciono molto, ma non faccio nomi. Però fra coloro che hanno più successo mi viene in mente soprattutto chi non salverei».
Veniamo alla seconda passione, quella per la storia e la cultura armena.
«Da ragazzina avevamo in casa una zia sopravvissuta al genocidio, avvenuto nel 1915. Però era come una scatola chiusa, non raccontava niente. Si limitava a raccogliere musiche armene, a preparare cibi su ricette locali e questo un po' di curiosità me la suscitava. Ma l'interesse in senso operativo è nato quando mi è stato affidato un intervento, per un convegno, sul poeta Daniel Varujan, che ancora non conoscevo. Leggere quella poesia e sentire una specie di ritorno a casa è stato tutt'uno. Suona romantico, ma è avvenuto proprio cosi. Non che certe cose non le sapessi (tra l'altro, mi sono sposata, proprio a Venezia, con rito armeno), ma ogni cosa ha acquistato un senso e da allora non ho smesso di occuparmi di letteratura, di storia, di fiabe di questo popolo. Con l'editore Guerini abbiamo varato una collana che ha pubblicato un po' di tutto questo, oltre a due opere monumentali come la Storia degli Armeni di Dedejan e la Storia del genocidio di Dadrian».
E che mi dice del romanzo in uscita?
«S'intitola La masseria delle allodole, che è il luogo dov'è avvenuto il massacro di parte della mia famiglia. Però non è una biografia, un mémoire, né un romanzo storico. E' una storia esemplare - da cui ho tolto anche i nomi dei luoghi - di una famiglia che il genocidio attraversa travolgendo i destini individuali, separando per sempre fratelli, spingendo all'esodo donne, bambini e vecchi e massacrando gli uomini, come il fratello di mio nonno, il quale era invece già in Italia».
Com'è strutturata la narrazione?
«E' come un racconto orale, e proprio per questo è piaciuto agli amici a cui l'ho fatto leggere. E' anche una storia di donne, perché sono alcune di loro che, durante l'esodo forzato, sono riuscite a portare in salvo ad Aleppo alcuni bambini. Ma la salvezza ha avuto proporzioni esigue. Calcoli che da una città media sono partiti in 18.000 e sono arrivati in 150. Più che una deportazione è stato un annichilimento».

Gabriella Imperatori