01 ottobre 2003 —
pagina 14
sezione:
Nazionale
Mentre i paesi più sviluppati hanno diminuito la quota di lavoro manifatturiero per estendere le produzioni verso lalta tecnologia e linnovazione, nella Marca Trevigiana riscontriamo ancora un 40 per cento di attività manifatturiera dove lincidenza del costo del lavoro supera il 50 per cento.
Ci troviamo di fronte ad una sindrome cinese: cè qualcuno che sta cercando di convincerci che la crisi dei mercati sia provocata solo ed esclusivamente dallaumento delle esportazioni dei prodotti Made in China.
Secondo la Cgil di Treviso questo è un modo per distogliere lattenzione dai problemi strutturali delleconomia italiana. Certo, è vero che in questo ultimo anno la Cina ha incrementato la quantità di prodotti esportati, ma non risponde necessariamente alla realtà la convinzione che questi prodotti siano realizzati senza rispettare i diritti dei lavoratori. Questo, tra laltro, è da sempre uno dei nostri cavalli di battaglia e mi fa specie vedere gli imprenditori far sventolare la bandiera dei diritti, dal momento che sono stati proprio loro i primi ad aver spostato in Cina (ma questo vale anche per i paesi dellEst Europa) le proprie produzioni senza preoccuparsi di rispettare i diritti fondamentali dei lavoratori.
Chi critica il marchio «Ce» apposto sui prodotti realizzati in Cina in realtà si arrampica sugli specchi e afferma una verità parziale perché, osservando con un po più di attenzione, accanto alla sigla è sempre specificato il luogo di produzione. Secondo noi, più che demonizzare il sistema cinese tirando in ballo dazi, marchi ed embargo, è importante avere come obiettivo principale la trasparenza: sul luogo dove questi prodotti vengono realizzati, sul rispetto o meno delle norme di sicurezza e dei codici di condotta. Fatto questo, rendiamoci conto che siamo nel libero mercato. La nostra provincia non sta soffrendo particolarmente, da un punto di vista quantitativo, come invece è accaduto a Vicenza, Verona e Padova, ma è ugualmente importante spiegare che i dati diffusi in questi giorni sono già un po obsoleti perché riferiti al primo semestre dellanno. La Cgil è convinta infatti che anche luglio, agosto e settembre siano stati mesi piuttosto «magri» per le imprese trevigiane: questa convinzione ci viene dal fatto che stanno continuando in tutti i settori le richieste di cassa integrazione e di interventi di sostegno al reddito da parte dellEbav. Il tutto con un incremento medio del 10 per cento rispetto allo scorso anno. Prima delle vacanze estive si parlava di cassa integrazione alla Systel International per esempio, alla Sogefi e in unaltra decina di aziende meno conosciute. A settembre le cose sono un po cambiate e le medesime tensioni occupazionali si sono registrate alla Olcese di Vittorio Veneto, alla Faber di Castelfranco dove è in corso una trattativa per la riduzione del personale (-30 unità) oppure alla Monti. In questo ultimo mese sono stati numerosi i laboratori trevigiani (circa due alla settimana) che ci hanno segnalato di essere entrati in difficoltà: un eufemismo che sta ad indicare lingresso nellanticamera della cessata attività.
Unopportunità, questa, neppure tanto remota se consideriamo che, mentre i paesi più sviluppati (vedi Germania, Francia, Stati Uniti, Svezia...) negli ultimi anni hanno diminuito la quota di lavoro manifatturiero ed esteso le produzioni verso lalta tecnologia e linnovazione, nella Marca Trevigiana riscontriamo ancora un 40 per cento di attività manifatturiera dove lincidenza del costo del lavoro supera il 50 per cento.
Considerato ciò, sarebbe più utile quindi ragionare su cosa e come fare per uscire da questa situazione piuttosto che continuare a gridare «fermiamo i cinesi.
(* Segreteria provinciale della Cgil - Treviso)
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Paolino Barbiero*