Per il giapponese Hiroki due solitudini insieme negano anche l'amore


«Chi viaggia ha bisogno di compagnia, chi vive di pietà» sembra essere la frase chiave di Vibrator, il film del regista giapponese Ryuichi Hiroki. Il regista nato nel 1954 che ha fatto l'aiuto regista di Genji Nakamura e ha diretto Sadistic City che gli ha valso nel 1993 il Gran Premio della Giuria al festival del fantastico di Yubari. La storia e quella di una giovane donna che vede un ragazzo in un supermercato e lo segue, sale sul suo camion e fanno l'amore. Sembrerebbe un'avventura occasionale, ma lei gli chiede di poterlo accompagnare e lui accetta. Il giovane è un camionista che racconta di essere sposato, la donna una giornalista anoressica che finge di essere attesa da qualcuno, in realtà sono solo due solitari che per qualche giorno condividono l'illusione di un amore insieme. Il film, ambientato perlopiù all'interno della cabina del camion, mette in scena un Giappone insolito, fatto di autostrade, di autogrill, di supermercati. Rei è una donna che soffre di anoressia: beve alcol per addormentarsi, ma poi vomita per non ingrassare. Rigetta il cibo come rifiuta l'amore, forse a causa di quei rimproveri materni che continua a sentire nella sua testa. Il viaggio insieme e la confessione delle reciproche debolezze sembrerebbero avvicinare i due protagonisti, ma alla fine Rei non regge e il film si chiude a cerchio sulla decisione della donna di riappropriarsi della propria solitudine. Il regista che ha dichiarato di aver voluto utilizzare due cineprese, la Varicon 720 e la Dvx 100, per costruire l'espressione degli attori, tratta i temi dell'anoressia e dell'incomunicabilità amorosa come una sorta di paesaggio interiore che scorre attorno ai due protagonisti senza approdare in nessun luogo. Hiroki pone l'accento sull'alienazione dell'ultima generazione giapponese (ma non solo) che essendosi allontanata dalla dimensione naturistica e tradizionale del paese sembra condannata ad un'indicibile solitudine. Il piccolo abitacolo del camion rappresenta la zona franca nella quale l'uomo e la donna riescono ad incontrarsi, ma al di fuori della quale non riescono più a rapportarsi e in effetti il film si conclude subito dopo la scena del pranzo in un locale pubblico nel corso della quale i due ragazzi si sono dichiarati reciprocamente il loro amore. «Volevo mangiarlo e sono stata mangiata» è la frase enigmatica che Rei dice alla fine del film scegliendo i prodotti nel supermercato facendo intuire come l'amore, nel mondo dell'acquisto, sia diventato progressivamente un prodotto di consumo che una volta utilizzato dev'essere necessariamente gettato per evitare che vada a male. Il film, dal tono volutamente claustrofobico, risulta a tratti un po' troppo criptico, la macchina da presa rimane stretta sui protagonisti e si lascia andare solo di rado per allargarsi su paesaggi in tono con la lirica giapponese.

Sarah Revoltella