08 agosto 2012 —
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sezione: Nazionale
di Pietro Oleotto Erano compagni di “merendi- na”, negli spot televisivi, ma sono di tutt’altra pasta: «Mi è venuto da piangere quando ho saputo di Alex Schwazer», racconta Josefa Idem che non riesce a nascondere l’amarezza nel giorno dell’ennesimo traguardo storico. La mamma tedesca con il cuore azzurro a quasi 48 anni ha appena conquistato la finale nel K1 500, l’ottava in otto Olimpiadi nella canoa singola (la decima contando il K2 del ’84 e il K4 del ’88 con la Germania), e domani mattina sarà in acqua a caccia dell’oro scappato dalla sua fornitissima bacheca, in quel di Pechino, dove chiuse seconda per soli quattro millesimi. Come si fa? Ieri ha chiuso la sua batteria di semifinale al primo posto (con 1’52’’232), ma non c’è aria di festa nelle sue parole: ci sono ancora gli ultimi 500 metri da fare e nella testa fa capolino anche l’ombra di Schwazer, l’ombra del doping sullo sport azzurro: «Lui era un’immagine positiva, un bel volto. Mi chiedo cosa può averlo spinto a fare una cosa del genere. Speri sempre che ci sia un errore, ma poi ho visto che lui ha ammesso e allora dico solo: ma come si fa?», spiega tutto d’un fiato Josefa Idem, mamma Josefa, la politica Idem, assessore allo sport del Comune di Ravenna per sei anni, dal 2001 al 2007. «Evidentemente non gli hanno insegnato bene. Io sono sempre stata molto attenta al mio fisico, non prendo nemmeno erbe naturali. È l’unico modo per durare nello sport». Reazioni. A Casa Italia qualcuno glissa («In questi giorni ho pensato a me, non mi interessa», racconta l’ostacolista Emanuele Abate), altri si sentono quasi traditi. È il caso di Silvia Weissteiner, compaesana di Alex, eliminata nelle batterie dei 5000, ma spietata nell’esporre il pensiero sul marciatore: «È stata una delusione, una cosa triste, quando non ci accontenta di quello che si ha, si rischia di perdere tutto e lui ha perso tutto». Il triplista Fabrizio Donato, invece, si preoccupa dell’uomo-Schwazer («Sarà dura per lui e spero che ne esca bene»), mentre il collega di pedana Daniele Greco svela le proprie sensazioni: «Quando l’ho saputo mi è venuta la pelle d’oca. Spero però che si vada a fondo, che si cerchino anche le radici e non ci si concentri sulle foglie, bisogna individuare chi spinge questi atleti a farlo». Gli altri. «Evitiamo di metterlo alla gogna mediatica, lasciamolo stare». Diego Occhiuzzi, argento nella sciabola individuale e bronzo in quella a squadre, getta un salvagente virtuale a Schwazer: «Si può sbagliare e cercare di fare del meglio per tornare ad alti livelli in maniera pulita». Resta un “velo”, evidenziato da Niccolò Campriani, un oro e un argeno nella carabina: «Mi dispiace tantissimo, è una storia triste». Gli ex marciatori. Raffaello Ducceschi, azzurro degli anni 80 è scioccante: «Meglio legalizzare il doping per poterlo controllare. Quello che ho visto in passato è chiaro, sono in molti a fare uso di doping. Il Coni e le altre organizzazioni fanno solo ipocrisia». Punta sull’aspetto psicologico, invece, Abdon Pamich, oro nella 50 km a Tokio ’64: «Dopo il trionfo di Pechino era cambiatio. Forse non ha retto le responsabilità e la paura della sconfitta: non gettiamogli la croce addosso». In pista. L’atletica azzurra ha risposto con quattro “pass”. Emanuele Abate è in semifinale nei 110 ostacoli nonostante un battibecco alla partenza con il giudice e un quarto posto con 13’’46, un tempo che vale però il ripescaggio. Ancora meglio è andata nel triplo uomini e nei 5000 donne, visto che i passaporti sono già per la finale. Al campione europeo Fabrizio Donato, in condizioni non proprio perfette, è bastata l’ottava misura (16,86) per essere sicuro di tornare in pedana domani sera; ancora meglio ha fatto Daniele Greco, quarta misura (17,00) al primo tentativo. Finale olimpica anche per Elena Romagnolo che ottiene l’ultimo tempo disponibile facendo segnare il primato personale (15’06’’38) sui 5000. Niente da fare, invece, per Marzia Caravelli nella semifinale dei 100h: ha sbattuta sul quinto ostacolo e si è ritirata. ©RIPRODUZIONE RISERVATA