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Quando Buzzati sognava l’alpinismo sulle sue Dolomiti

yy VAL DI FASSA Domani pomeriggio alle 14 presso il rifugio Bergvagabunden (presso passo Selle, a monte del passo San Pellegrino con accesso anche tramite impianti di risalita) l’attore Giuseppe Cederna renderà omaggio a Dino Buzzati leggendo brani dello scrittore accompagnato dal sassofono di Mirko Guerrini. Un evento organizzato nell’ambito della rassegna “I Suoni delle Dolomiti” per il ciclo “Il Racconto delle Dolomiti”. yySAN MARTINO Questa sera alle 21 e 15 al centro congressi Sass Maor tavola rotonda sul legame tra Buzzati e le sue montagne. Moderatore Bepi Pellegrinon, partecipano (tra gli altri) Enrico Camanni e Roberto de Martin. di Andrea Selva Caro Arturo, io sono diventato alpinista. Ho fatto il Pizzocco (2.187) di cui ti ho ancora parlato e la Marmolada (3.344) la Regina delle Dolomiti. Era il 17 agosto del 1920, un mercoledì, e Dino Buzzati - che avrebbe compiuto quattordici anni in ottobre - raccontava le sue prime avventure d’alta quota all’amico fraterno Arturo Brambilla, scrivendogli una lettera da una stanza d’albergo ai piedi delle Dolomiti. Diventerà un grande giornalista, scrittore e disegnatore dall’immaginazione di gran lunga superiori alle sue capacità di scalatore che lui stesso definiva modeste. E andò così (per fortuna!) che Dino Buzzati raccontò sulla carta, in tutte le versioni possibili, quelle montagne che nella realtà non era mai riuscito davvero a dominare, frenato dalle ansie materne (prima) e dal suo carattere prudente (in seguito), senza mai comunque rinunciare a frequentare l’alta quota di cui aveva bisogno per bilanciare il grigiore milanese che cominciò a raccontare con il taccuino della cronaca nera. Dicono che in età più avanzata fosse pronto a scambiare uno dei suoi libri con una scalata di sesto grado come capocordata (lui che saliva sempre come secondo e ben accompagnato): no grazie, soprattutto ora che il sesto grado viene considerato una “passeggiata” siamo felici di avere ereditato “Il segreto del Bosco vecchio” e “Barnabo delle Montagne” (solo per citare due opere di montagna) invece del curriculum di un alpinista estremo. Se a tredici anni lo scopriamo (orgogliosamente) in cima alla Marmolada, a sessanta era ancora impegnato nella sua ultima scalata sulla Croda da Lago con l’amico Rolly Marchi e l’alpinista Lino Lacedelli. Montagna per Buzzati era sinonimo di Dolomiti, le vette che poteva osservare dalle finestre di casa quando tornava in provincia di Belluno per l’estate: sono quasi tutte tra i Monti Pallidi infatti le (quasi) cento vette che lo scrittore ha scalato nel corso della sua carriera di alpinista. Ce lo racconta Maurizio Trevisan che a questa versione di Buzzati ha dedicato un libro: “Dino Buzzati, l’alpinista” (Centro studi Buzzati). E proprio perché le aveva calpestate in lungo e in largo (e ci si era aggrappato con le mani) quando raccontava di montagne Buzzati (nelle vesti di cronista) scriveva da grande esperto, regalando al lettore particolari tecnici, suggestioni e chiavi di lettura che aiutarono a diffondere la conoscenza e la cultura dell’alta quota: raccontò di grandi uomini (da Tita Piaz a Walter Bonatti), di grandi conquiste (l’Everest e il K2) e di terribili tragedie (il pilone Freney) con una sottile malinconia tra le sue righe ogni volta che le “sue” montagne (conquistate) perdevano la dimensione del sogno per essere consegnate ai libri di storia: «Guardate la superba montagna - scriveva dell’Everest dopo la prima scalata - non è forse più piccola di ieri?». Nello zaino di Buzzati c’erano sempre taccuino, macchina fotografica, talvolta un’armonica da suonare in rifugio. E la corda. Proprio lui che saliva sempre guidato e che scrisse un pezzo da cui traspariva l’ammirazione e forse l’invidia per i cosiddetti “fuorilegge” che sfidavano le vette in completa libertà. Nel suo curriculum di scalatore c’è una quantità sorprendente di salite, ma non era un alpinismo di vie, il suo, piuttosto di vette: quello di un appassionato per cui conta arrivare in cima, senza dover seguire a tutti i costi la via che segna (cadendo) la goccia d’acqua teorizzata da Emilio Comici (di cui il giornalista raccontò le imprese). Non solo pareti. Buzzati (che nel suo studio di Milano disegnava il Duomo con le guglie dolomitiche) si innamorò pure dello sci che praticava salendo con le pelli di foca sulla Marmolada per poi divertirsi sul ghiacciaio con una discesa infinita di 1.200 metri di dislivello quando ancora non c’erano gli impianti. Ora che dalla sua morte sono passati 40 anni viene celebrato lo scrittore: in Trentino ci sono appuntamenti in val di Fassa (domani nell’ambito dei Suoni delle Dolomiti) e a San Martino. Ma all’autore del Deserto dei Tartari, le cui ceneri sono state sparse proprio sulle ghiaie dei Monti Pallidi, a lui che a 13 anni si dichiarò alpinista, sarebbe piaciuto forse essere ricordato oltre che per le sue parole, anche per le sue salite. ©RIPRODUZIONE RISERVATA