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Matteo Thun, vita di un patriota


di Vittorio Nardon
Tra vecchie carte polverose spunta inaspettato un manoscritto della figlia di Matteo Thun, Maria, che con filiale devozione racconta la vita dell’ultimo conte della linea di castel Thun.
 A pochi mesi dall’apertura al pubblico del castello che fu venduto nel 1926 ai cugini del ramo dei Thun Hohenstein di Boemia per dissesti finanziari, la lettera della figlia sembra quasi voler riscattare la figura paterna ammantandola di patriottismo.
 La complessa vita del conte Matteo è stata analizzata recentemente da uno studio di Manuela Rolandini, che, attraverso la corrispondenza epistolare, cerca di mettere nella giusta luce un personaggio emblematico della famiglia Thun.
 Amante dell’arte e collezionista di opere d’arte, Matteo Thun aveva arricchito la dimora di Trento e il castello avito con mobili, sculture, quadri e oggetti di pregio. La passione per l’arte gli era stata trasmessa dalla madre bresciana, Violante Martinengo. Castel Thun, all’epoca, era divenuto un cenacolo di artisti e letterati. Tra loro, il poeta Giovanni Prati. Poi, il tracollo economico e la vendita di molte collezioni, di Palazzo Thun a Trento, di molti possedimenti lungo l’asta dell’Adige e infine del maniero, dimora storica della famiglia.
 Ora, il nuovo tassello (ritrovato casualmente rimettendo ordine nell’archivio della scuola elementare) può contribuire a far chiarezza della poliedrica personalità del conte.
 Nato nel 1812 e morto nel 1892, Matteo è stato testimone delle principali vicende legate al Risorgimento italiano.
 Così scrive la contessa Maria del proprio padre tracciandone una sintetica biografia: «Mio padre è nato a Trento nell’ora Palazzo Municipale il giorno 28 Novembre 1812, dal conte Leopoldo Thunn e dalla di lui moglie Violante contessa Martinengo di Brescia. Dotato di grandissimo ingegno si applicò allo studio con grande e vero amore sotto la guida del suo maestro e precettore l’abate don Giuseppe Pinamonti di Rallo uomo dotissimo coscienzioso pio e retto che emulò nel suo allievo tutte quelle massime morali e sociali che formano gli uomini giusti. La sua fede fu incrollabile fedele sempre all’adempimento dei comandamenti dati da Dio. Buono e caritatevole fu sempre largo di aiuti e di consigli a chi ricorreva a lui profondendo a larghe mani le sue ricchezze. Quando intorno al 1848 si delinearono le prime idee di indipendenza dall’odiato giogo austriaco egli fu dei primi, incurante del pericolo sovrastante. E nell’estate del 48 fu strappato dalla sua casa, dai vecchi genitori (il padre morì di crepacuore) dalla sposa dai teneri figlioletti e portato lontano quale ostaggio. Da allora fu una continua persecuzione con la quale si sperava di fiaccare la sua forte fibra di patriota, non mancò il diavolo tentatore con profferte di aiuti pecuniari di ricchezze di onori e titoli principeschi che egli sdegnosamente ricusò fedele al suo ideale di amore patrio e la speranza di vedere il suo Trentino riunito alla Madre Patria Italiana. E la persecuzione non finì con la sua morte non li fu risparmiato il dolore negli ultimi anni di vedere esiliato il suo secondogenito. Egli amava tutto il Trentino ma fra tutti prediligeva i paesi che circondavano il suo Castello. Morì pianto da tutti a Mezzocorona il 14 gennaio 1892».
 Sul retro dello scritto, una postilla, quasi a catalogare il foglio che non è firmato: «Contessa Maria Thunn - figlia diletta di Matteo Thun benefattore del paese». Il documento susciterà interesse anche perché, seppur con qualche riferimento storico, è un ritratto del conte Matteo giocato sul sentimento e sul profondo legame tra Maria e il padre, un padre visto come un eroe che in nome degli ideali di italianità tutto sopporta e rifiuta di farsi ammansire dalle lusinghe.

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