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Il fantasma di Hofer e la storia trentina

 pangermanisti e di patrioti irredentisti, di eroi usciti dalle contraddizioni della storia per entrare nello splendore del mito. Quando si comincia a utilizzare la maiuscola per parole come storia, patria, identità, comunità, tradizione ci muoviamo su una strada accidentata e pericolosa che ci porta indietro nel tempo. Ricordare è un atteggiamento fondamentale; chi non ha memoria del passato non riesce a vivere nel presente e ancora di meno è in grado di pensare il futuro. Ma fare della memoria un terreno di scontro non favorisce certamente un sano sentimento di appartenenza, ma provoca scaramucce ideologiche di corto respiro.
 Occorre conoscere la propria storia con pazienza e tenacia, non con fiammate improvvise spesso dettate dalla convenienza del momento. Fa sorridere, ma provoca anche tristezza, rendersi conto che neppure i trentini riescono a elaborare una ricostruzione storica condivisa, nonostante l’impegno di molti e lo stanziamento di notevoli fondi provinciali per erigere musei, per editare libri e pubblicazioni di ogni genere, per lanciare associazioni, per curare mostre. Non siamo ancora riusciti a comprendere l’originale miscela culturale, sorta nell’incontro del mondo italiano con quello germanico, che ha una plasmato la nostra comunità e la nostra autonomia. Non bisogna buttare a mare l’eredità asburgica ma neppure dimenticare che la tanto sbandierata autonomia trentina è stata raggiunta dentro lo Stato italiano e non in quello austriaco. Non possiamo dimenticare che il Trentino, nella piccola Austria del dopoguerra, sarebbe rimasto per sempre una provincia povera e sicuramente con un bilancio meno pingue di quello odierno.
 Adesso invece si parla dell’appartenenza all’impero austroungarico come ad un’età dell’oro in cui scorreva latte e miele, mentre sembra sempre che l’Italia sia ferma al fascismo. Adesso sembra quasi che la nostra vera storia stia venendo alla luce da pochi mesi, da quando cioè al timone della nuova rivoluzione culturale-identitaria c’è il banditore della rinascita trentino tirolese, l’assessore Franco Panizza. Eppure è quello che sta avvenendo con il pretesto dell’anno dedicato all’eroe tirolese Andreas Hofer.
 Sia detto per inciso per i più giovani: Hofer non è solo il protagonista di una canzone di De Andrè, ma è stato un combattente per riportare all’impero austroungarico il Tirolo, ceduto alla Baviera durante le guerre napoleoniche. Per questa sua battaglia fu giustiziato dai bavaresi nel 1809. Occorre sempre inchinarsi a chi dà la vita per i propri ideali. Ma forse oggi servono altri modelli a cui ispirarci. Hofer, simbolo del desiderio di autodeterminazione dei sudtirolesi, è diventato un pretesto per riportare in vita i fantasmi: e questo, soprattutto in Sudtirolo, è una cosa drammaticamente seria. Sembra quasi che gli Schützen si dimentichino del delicatissimo equilibrio etnico del Sudtirolo: basterebbe spostare una pietra per far crollare l’intero edificio. Certamente tutto ha bisogno di una ristrutturazione ma non nel senso di tornare indietro a una provincia questa volta de-italianizzata ma nella direzione di una nuova fase della convivenza, una fase più adulta e matura, in cui non siano più esclusivamente la proporzionale, il patentino e la rigida divisione tra i tre gruppi a garantire la pace etnica.
 In Trentino la faccenda sfiora il tragicomico. Hofer, da qualche tempo patrono del Patt, è ora diventato, per uno strano gioco del destino, l’esempio per i trentini del futuro che, secondo la visione dei nuovi profeti dell’identità, dovranno combattere per l’autonomia. Ma i nemici non saranno i bavaresi o Napoleone, bensì i padani di Bossi, i veneti e lombardi, oppure elite additate di intellettualismo perché rivendicano che la storia del Trentino è fatta anche di cultura italiana e di idee laiche e socialiste. I trentini devono riappropriarsi della loro identità: questo il nuovo grido di battaglia.
 Peccato che tutto si stia esaurendo nelle divise e negli schioppi degli Schutzen oppure dell’eterna disquisizione sulla figura di Cesare Battisti.
Piergiorgio Cattani

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