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Così ti riscaldo la casa senza inquinare


 TRENTO. Niente Co2, non un microgrammo di polveri sottili, neppure un filo di fumo. Riscaldare (e rinfrescare) la propria abitazione ad emissioni zero si può. Come? Recuperando l’energia dell’acqua di falda, che viene pompata in superficie, utilizzata come “climatizzatore” e restituita in ambiente. Lo dimostra lo studio realizzato, su commissione del Comune, alla Stain Engineering di Trento, società specializzata nella progettazione di impianti elettrici e meccanici e nell’analisi del comportamento energetico degli edifici.
 Lo studio è stato curato da Antonio Danesi, amministratore della società, e dal collega ingegnere Fabrizio Andreatta. «Tutto è nato - spiegano i due tecnici - da un dialogo con Giovanni Segatta, dirigente del Servizio ambiente, che ci ha affidato uno studio di fattibilità per il recupero energetico dall’acqua di falda al fine di ottenere un edificio ad emissioni zero». Di esso si parla anche nel piano “Trento per Kyoto”, che contiene le linee di indirizzo di Palazzo Thun per ridurre gli inquinanti e risparmiare energia nel rispetto dell’ambiente.
 «L’idea è di sfruttare due tecnologie: la pompa di calore, una macchina che recupera l’energia geotermica per riscaldare e raffrescare gli ambienti, a seconda della stagione, e i pannelli fotovoltaici, che forniscono l’energia necessaria a rendere utilizzabile la pompa». Attraverso questi strumenti - continuano Danesi e Andreatta - «otteniamo un sistema ad emissioni zero che è in grado di climatizzare in caldo e in freddo un’abitazione, un complesso di edifici o un quartiere».
 Perché l’acqua di falda? Intanto perché nella Valle dell’Adige è presente, a profondità che variano mediamente dai 10 ai 20 metri, in grande abbondanza. Poi per la sua temperatura costante durante l’arco dell’anno (dai 12 ai 14 gradi) che offre il vantaggio di garantire un rendimento altrettanto costante dell’impianto.
 La pompa di calore - in soldoni - è come un grosso frigorifero, che prende il caldo al suo interno e lo porta all’esterno. Per farlo produce calore. Allo stesso modo, la pompa riscalda l’acqua di 4-5 gradi per raffreddare l’ambiente d’estate, e fa l’opposto in inverno.
 I vantaggi in termini di rendimento energetico sono notevoli: con 1 Kilowatt utilizzato, se ne producono 4,5. Evidenti anche i vantaggi ambientali, se si pensa alle emissioni cancellate. Trattandosi però di una metodologia recente, mancano informazioni certe sull’impatto causato sulla falda. «Tramite questo processo - dicono i due progettisti - si modifica la temperatura dell’acqua e questo potrebbe, a livello puramente teorico, alterarne la microbiologia. Inoltre c’è chi teme un’interazione dinamica fra le falde cittadine, che sono interconnesse». In attesa di maggiori elementi, e con l’auspicio che siano compiuti approfondimenti in materia, la Provincia mantiene una posizione di prudenza.
 Tuttavia in altre realtà geografiche questa tecnologia è già incentivata: basti pensare ai Navigli di Milano, dove fra l’altro la falda è troppo alta e il prelievo offre il duplice vantaggio di ridurne il volume.
 C’è poi una seconda tipologia di pompe, chiamate a circuito chiuso (per differenziarle dalle prime, a circuito aperto), che non prelevano l’acqua ma inseriscono in profondità (fino a 130 metri) delle sonde che scambiano calore con il terreno (o le falde). Queste sono presenti in provincia di Bolzano e, in maniera massiccia, in Svizzera, dove è stata anche compiuta una mappatura del territorio che illustra, zona per zona, qual è il vantaggio energetico derivante.
 Le incognite connesse con le dinamiche di falda vengono meno, ma i costi sono più elevati. Tuttavia anche le pompe a circuito chiuso rappresentano una valida alternativa alle caldaie. E non solo dal punto di vista ecologico. Già, perché questo sistema, oltre che a zero emissioni, può dimostrarsi anche un ottimo affare nel lungo periodo. Il costo iniziale dell’impianto è elevato: se si considerano tre appartamenti di 100 metri ciascuno, la quota parte che il proprietario di ciascuno dovrà pagare sarà di 8.700 euro per il circuito chiuso e 4.500 per l’aperto, rispetto ai 1.400 per la caldaia. Ma dopo vent’anni il costo attualizzato (fra acquisto dell’impianto, manutenzione ed energia) sarà di solo 5 mila euro per il circuito aperto (grazie agli incentivi concessi per il fotovoltaico), di 16 mila per il chiuso e di 23 mila per la “vecchia” caldaia. Bocciata dall’ambiente e dal portafoglio.
- Luca Marognoli