martedì 09.02.2010 ore 20.02

ARCHIVIO Trentino dal 2004

Senza Titolo

Immigrati rumeni come i mafiosi al Nord  Possibile che le anime candide che fanno finta di governarci non sapessero che in Romania ci sono 4 milioni di zingari che quasi tutti per loro natura vivono di espedienti se non peggio oltre ad un impressionante numero di criminali il cui trasferimento verso la ipertollerante Italia è ora possibile grazie al passaporto della Comunità europea? Oppure c’è gente al governo che si illude che la gentaglia - inserita in un contesto civile - cambi abitudini non appena ottenuto il diritto di voto? Ciò fa venire in mente quei fierissimi cretini che 40 anni fa hanno mandato al confino al Nord tanti mafiosi col risultato che nella sola Milano e dintorni ogni mese c’era un rapimento a scopo di estorsione anziché l’auspicato inserimento in una comunità dedita al lavoro. Zingari & Co. vengono a delinquere in Italia perché al loro Paese li mettono in galera non dopo aver violato la legge, ma anche solo per averci pensato. Giorgio Perversi MASSIMENO Quando Rovereto era a misura d’uomo  “A cosa servirai quei quattro scartafazzi” a forma di pannelli ed insignificanti sparsi in ogni dove, che oltre che essere un obbrobrio tolgono la visuale dei bei palazzi or ora restaurati e dipinti. E quanti soldi hanno speso “senza sugo”. Bel biglietto da visita per i turisti come quella bestiaccia giù al Rovercenter! Pare proprio che dalle parti di palazzo Pretorio abbiano perso il senso del buon gusto! Piazza Rosmini langue in mezzo alle macerie, l’atrio della Cassa di Risparmio ove dalle panche di pietra si potrebbero osservare le allegorie dei mesi dell’anno peraltro trascurate e sbiadite, non vede la scopa da tempo memorabile! Il Corso Rosmini, una volta passeggio elegante dei Roveretani è ridotto a un “sentiero di montagna”, poi la Campana: giacché erano “in Berta” potevano spostarla almeno fino a Castel Dante! Ora è lì al limitare del bosco sostenuta da due pilastri brulli... La sentono suonare solo verso Lizzana e Lizzanella (i privilegiati). Potrebbero aprire a doppio senso la Via Giosuè Carducci almeno per raggiungere il tanto decantato centro storico più facilmente cioè senza “circumnavigare la città” con dispendio di benzina e diffusione smog in più. Quanti peccati hanno fatto per distruggere le bellezze della nostra pur piccola Rovereto! Era una città comoda, graziosa e sopratutto a misura d’uomo! Ora non più: si vede che la famosa Quercia non protegge proprio più la nostra Rovereto! Avevamo pure la stazione dell’Autocorriere, ora non più: corriere in strada. Clara Rizzi Dell’Eva ROVERETO Quel muro arrogante del «signorotto» locale  C’era una volta, ma non tanto tempo fa, e c’è ancora, un ridente paesino sdraiato alle pendici di una delle più belle montagne che sovrastano Trento e i cui abitanti erano persone semplici, abituati al duro lavoro della terra, ma che sapevano bene accettare di mescolarsi alle novità che le nuove generazioni crescendo portavano con loro; e che accettavano anche se a malincuore il proliferare di nuove costruzioni moderne e colorate che si portavano via prati e terreni e che spuntavano velocemente fra le vecchie solide case padronali, e la gente che veniva dalla città acquistava pagandole con il frutto del proprio lavoro e propri sacrifici e, come alcuni, piegando la schiena dopo il quotidiano lavoro, per garantire alla propria famiglia e a se stessi una sicurezza futura. Come in ogni paesino, c’era il signorotto locale, colui che possedeva i denari e che con altri aveva fatto costruire case moderne colorate, e che forte del potere datogli dal denaro, pensava sempre di poter fare il bello e il cattivo tempo in quel ridente paesino, e come ogni potente che tale si vede, aveva pensato di erigere il suo maniero proprio in cima al paese dove, lui pensava, tutti potevano vederlo e ammirarlo. Iniziò quindi a far mettere le basi di questo castello e fece costruire un muro molto alto proprio accanto al giardino di una casa da lui venduta a persone che per comprarla avevano investito tutto il lavoro di una vita e che là l’avevano voluta per poter ammirare la splendida montagna e goderne appieno la forza e la maestosità che da essa traspariva.  Ma... c’era quel muro, alto e brutto, che a guardarlo sembrava che cadesse addosso e gli abitanti della casa si sentivano il cuore stretto in una morsa opprimente e un’angoscia soffocante accompagnava lo scandire dei loro giorni. Improvvisa sentirono nascere dentro la ribellione e la rabbia salire, e insieme decisero di agire, anche se molti li sconsigliarono e cercarono di scoraggiarli, specialmente i seguaci del signorotto, dicendo loro che lui era potente perché aveva il denaro e con quello poteva comperare tutti e tutto, anche il silenzio. Ma gli abitanti della casa non si fermarono e andarono avanti; bussarono a tante porte cercando qualcuno che gli aiutasse a capire, e anche meglio, qualcuno che capisse loro e li aiutasse a fermare il muro.  Finalmente imboccarono la via giusta e un bel giorno ai piedi del muro fecero la loro comparsa le carrozze delle guardie che intimarono ai lavoranti del signorotto di fermarsi perché il muro era sbagliato, troppo alto e non era in regola con quello che diceva il grande libro che stabiliva ogni legge in quel paesino, ma quel signorotto, infischiandosene di tutto e tutti, aveva cercato di far passare per giusto. Gli abitanti della casa ce l’avevano fatta. Ora il signorotto doveva tornare sui suoi passi e farne tanti indietro e scendere a patti con gli abitanti della casa, per la prima volta avrebbe dovuto abbassare lo sguardo per non incontrare gli occhi onesti colmi di biasimo, per la prima volta avrebbe capito di essersi scontrato con chi, dell’onestà e del coraggio di combattere un’ingiustizia sapendo di aver ragione, aveva fatto la propria bandiera, per la prima volta avrebbe compreso che non ha vinto chi si fregia dell’arroganza data dal denaro, ma bensì la giustizia voluta e cercata da cuori semplici e forse ingenui, ma che tali preferivano essere, piuttosto che vuoti e aridi come quello del signorotto. Certo, il muro era ancora lì, ma era fermo, come fermi erano i progetti del signorotto, e gli abitanti della casa erano consapevoli che la guerra non era ancora vinta; ma avevano raggiunto un minimo di serenità sapendo di aver vinto una grande e importante battaglia, e potevano godere la vista delle cime della splendida montagna, dalla quale avevano attinto la forza per combattere. Lori TRENTO Quando il blog aiuta e ritrovare il passato  Nelle settimane scorse i quotidiani locali hanno dato ampio spazio a Nedda Gottardi, l’intraprendente maestra in pensione di 86 anni e radici trentine che cura con passione un blog, molto seguito anche dai giovani, in cui dispensa esperienze, ricordi, saggezza. Ho cominciato a leggerlo quotidianamente anch’io e alcuni giorni fa mi sono imbattuta in un post in cui Nedda ricordava con ammirazione una maestrina, Maria Libardi, conosciuta nel 1942 a Bolzano durante una pausa del concorso magistrale, che si era distinta per aver intercesso, grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca, a favore dei partigiani in un paesino della Vallarsa. “Sarà ancora viva?” si chiedeva Nedda Gottardi. Leggendo ho provato una forte emozione perché la maestra Libardi abitava a pochi passi da casa mia, e al Liceo mi recavo spesso a casa sua per fare conversazione in tedesco.  Grazie all’aiuto dei vicini, l’ho ritrovata presso la Rsa di via Veneto. Maria Libardi oggi ha 92 anni, insegna ancora tedesco ai bambini e benché provata nel corpo è lucidissima nello spirito. Si è commossa per il post dedicatole e ha voluto narrarmi della medaglia d’oro conferitale per avere salvato quel paese della Vallarsa dall’incendio ordinato per rappresaglia dal Comando tedesco, nonché preziosi e appassionanti ricordi sulla sua attività di educatrice, secondo il metodo della grande pedagogista Rosa Agazzi, nelle pluriclassi del Trentino postbellico. 42 anni di storia del Trentino scorrono nelle sue parole, da una prospettiva originale e inconsueta. Ho trascritto ogni cosa per il blog di Nedda Gottardi, che con entusiasmo è tornata a occuparsi di lei. Ora conosce il suo indirizzo e spero potranno corrispondere e magari ritrovarsi. Trovo affascinante che le moderne tecnologie possano riannodare oltre il tempo le memorie spezzate e dare voce e visibilità anche a coloro che per l’età avanzata vedrebbero i propri ricordi e la propria saggezza dissiparsi nel silenzio. Gabriella Stanchina TRENTO

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