26 gennaio 2007 —
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sezione: Attualità
ROMA. Via libera del consiglio dei ministri al decreto che rifinanzia la missione in Afghanistan con lastensione di Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi), Alessandro Bianchi (Pdci) e Paolo Ferrero (Prc). I tre ministri, che chiedono al governo un segnale di «discontinuità», hanno apprezzato lo sforzo di Prodi ma hanno ritenuto insufficiente il testo messo a punto e non hanno partecipato al voto.
La sofferta decisione è stata presa nella notte al termine di una estenuante trattativa. Deciso a scongiurare lannunciato no della sinistra radicale, Romano Prodi ha giocato tutte le sue carte con lobiettivo di salvaguardare lautonomia del governo e di indirizzare la politica estera senza apparire prigioniero dellala pacifista dellUnione.
Alla fine, il premier è sceso nella sala stampa di Palazzo Chigi ed ha spiegato che il decreto prevede solo il «rifinanziamento» delle missioni «e non altro». Questo vuol dire che il provvedimento non vincola la politica estera del governo e lascia aperto il dibattito tra i partiti dellUnione. La sinistra radicale darà battaglia in Parlamento? Prodi assicura di no: «I ministri che si sono astenuti hanno fatto dichiarazioni di completa solidarietà al governo e non preparano assolutamente posizioni di dissenso e contrarietà in Parlamento».
La parte del testo sul quale la trattativa si è concentrata ha riguardato i fondi per la cooperazione civile in Afghanistan. Il governo avrebbe messo a disposizione 65 milioni di euro: 35 per lAfghanistan e 25 per le altre missioni internazionali di pace. Lo sforzo sarebbe stato definito positivo ma insufficiente da Pecoraro Scanio, Bianchi e Ferrero, che continuano a chiedere una exit strategy. Più possibilista è apparso Paolo Ferrero che, deciso a non differenziarsi troppo dagli altri ministri dissenzienti, alla fine si è adeguato: «Alcuni passi sono stati fatti, per questo non abbiamo votato no. Si tratta di continuare a lavorare».
Per trovare un accordo nella maggioranza saranno utilizzati i due mesi entro i queli convertire in legge il decreto. Il via libera di Palazzo Chigi, come avevano chiesto i ministri della sinistra radicale, sarebbe potuto arrivare anche martedì prossimo (il provvedimento deve essere approvato entro il 31 gennaio) ma oggi Massimo DAlema sarà a Bruxelles, dove si terrà la riunione dei ministri degli Esteri della Ue, e dove non si potrà presentare a mani vuote. Allappuntamento parteciperà il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, che dovrebbe chiedere agli alleati della Nato di spedire nuove truppe in Afghanistan.
La riunione di Palazzo Chigi è stata preceduta dalla rivolta della sinistra radicale. 33 senatori dellUnione chiedono ai capigruppo «una discussione approfondita sui caratteri della presenza militare italiana in Afghanistan».
Ma anche la componente moderata dellUnione non sta ferma e i parlamentari favorevoli alla presenza italiana in Afghanistan stanno raccogliendo adesioni per dimostrare che il fronte del ritiro non detiene il primato nel centrosinistra.
A rendere ancora più incandescente il clima, ci ha pensato il presidente della commissione Esteri di Palazzo madama, Lamberto Dini, per il quale se il decreto passasse in Parlamento grazie ai voti «determinanti» della Cdl «potrebbe intervenire il presidente della Repubblica per chiedere una verifica nella maggioranza e in quel caso il governo dovrebbe porre la fiducia». Una sortita che ha mandato su tutte le furie Giovanni Russo Spena (Prc): «La verità è che in questi mesi la stabilità del governo e la compattezza della maggioranza sono state messe a rischio sempre e solo da un estremismo di centro di cui il senatore Dini e tra i principali e più battaglieri esponenti».
Gabriele Rizzardi