Un roveretano in Colorado: fa il «blog-buster»


ROVERETO.In Colorado c'è un roveretano che s'è inventato una professione, hi-tech, come si dice: lui fa il «blog-buster», il cacciatore di blog per le infinite vie di Internet.
Si chiama Franco Salvetti: da 4 anni vive negli Usa, dove lavora per un'azienda che studia appunto il web ed in particolare i 'blog", applicando la ricerca alle necessità del marketing aziendale.
Single, 40 anni, nato a Rovereto e figlio di Pia Marsilli (industriale della Cisa, la fabbrica di uova di cioccolato), si è diplomato in informatica all'Itis Marconi; si è quindi laureato al Politecnico di Milano in scienza dei computer. Il 5 agosto 2002 parte per gli States: segue un master in «computer science», a Boulder e finisce per lavorare per mostri sacri dell'informatica come Google e Ibm Research.
Un anno fa Franco è tornato a Boulder, assunto dalla Umbria. Non è mai tornato in Italia. «Umbria - ci racconta Salvetti, con cui siamo riusciti a entrare in contatto attraverso la famiglia, ancora residente qui in città - è un'azienda che scandaglia i blog (ossia i diari che persone od organizzazioni pubblicano e aggiornano liberamente su Internet) ed altri forum informatici. Lo scopo è avere informazioni in tempo reale sulle tendenze dei consumatori, sulle opionioni della gente riguardo a prodotti o temi particolari. Vi lavorano professori dell'Università e manteniamo contatti con altri centri di ricerca, tra cui anche Google. Attraverso algoritmi e processi matematici, scandagliamo la rete alla ricerca dei blog, e quindi riusciamo a trasformare dati destrutturati e caotici in informazioni utilissime per le strategie di marketing, soprattutto per il mercato americano. Capendo, per esempio, se un tipo di cellulare piace o no e a quale tipo di persona piace di più».
Come si vive negli Usa?
«È 'differente". Non e' male; ci sono molti vantaggi... ma allo stesso tempo essendo la mia formazione europea, è chiaro che riscontro molte carenze. La competizione è molto alta in tutto, ma i premi sono commisurati allo sforzo. La società in generale è molto poco strutturata e c'è spazio per tutti. Boulder, poi, è una sorta di centro per alte tecnologie nato attorno all'università, dimora di multimiliardari (300 giorni di sole all'anno fanno gola a tutti). A 1600 metri di quota, non è famoso solo per l'arrampicata sportiva: rappresenta soprattutto il terzo centro per l'infomatica dopo Silicon Valley ed Austin».
Cosa ne pensa dei blog come mezzi di comunicazione e condivisione d'idee?
«In tutto il mondo ora i singoli possono condividere opinioni e orientamenti semplicemente schiacciando un bottone. Ora andare in Internet non è più dominio di una ristretta cerchia di esperti, e l'esempio più evidente è proprio il successo dei blog, per la condivisione di foto, video, suggerimenti reciproci. Sono sempre di più e sempre più influenti. In questo modo le persone creano, osservano e influenzano al tempo stesso ciò di cui si discute».
I blog hanno avuto successo anche in Italia. Perchè non tornarci, magari continuando qui la sua avventura lavorativa?
«Ma io vorrei tornare in Italia, purtroppo il sistema economico e l'università non sono strutturati per supportare adeguatamente piccole società ad alto rischio e valore tecnologico. I tedeschi costruiscono automobili, noi facciamo vestiti, negli Stati Uniti si fanno i soldi con l'infomatica applicata. Anche se è riconsciuto il valore dei ricercatori Italiani, l'impatto su mercati come quelli collegati al Web è praticamente nullo. Se due studenti italiani avessero avuto nel 1999 un prototipo simile a Google, in ogni caso non ci sarebbe mai stato Google in Italia. Per far decollare queste intuizioni, serve un'agile struttura di finanziamento collegata ad un'Università in grado di motivare studenti capaci di fare ricerca applicata, consapevoli che un competitivo meccanismo di finanziamenti permetterà alle loro idee di diventare realtà».

Michele Stinghen