Gianfranco Chiomento, giornalista dalle mille risorse


Beato Gianfranco Chiomento, detto Cioma. Beato lui, ma anche coraggioso, perché ha sempre fatto i lavori che gli piacevano, quelli per i quali non doveva timbrare il cartellino.
E non è che siano stati lavori che se li sia fatti piacere per forza. No. In ordine cronologico, ma qua e là anche contemporaneamente, ha fatto lo studente formaggiaro, il propagandista farmaceutico, il presidente del Trento Calcio Club (per hobby), il giornalista microforato in radio e tv, quello su carta, il segretario dell'Istituto di tutela della Grappa. In quest'ultimo ruolo siede da trent'anni. Meglio un giorno da precario - ha sempre detto a se stesso - che cento da mezzamanica. Meglio uno stipendio a singhiozzo e aleatorio ma con la libertà di essere creativo, piuttosto che un ventisette frutto di un lavoro fotocopia di se stesso. Ha fatto eccezione, ma sui generis, il suo ultimo lavoro, giornalista dell'Ufficio Stampa del Consiglio provinciale. Adesso che è in pensione, con i suoi quasi 69 anni, siede tranquillo dietro la scrivania dell'Istituto di Tutela della Grappa. E' elegante, con un vestito di ottimo taglio, cravatta e camicia da manuale, una fronte altissima segnata da centinaia di sottilissime rughe che si estendono tra due cespugli di lunghi capelli bianchi, stile Einstein, debordanti sopra le orecchie. In mezzo, la pelata è tutta tempestata da altri capelli, residuo di quando in televisione, venticinque e più anni fa, mezzobusto al telegiornale, portava una testa riccioluta come quella di Ornella Vanoni.
E' stato fin da giovane un protagonista serio, concreto, di quelli che lo sono senza voler esserlo, allargando via via il proprio scenario. In piazza Garzetti, dove è nato e dove è cresciuto fino a sedici anni, è stato spettatore diretto di quel microcosmo di povertà, di deriva morale, d'arte dell'arrangiarsi per sbarcare il lunario che sono state le Androne, baracche cadenti multipiano abitate anche da ladruncoli dalle quali, però, non è mai stato rubato nulla. Poi, in piazza delle Erbe, orfano di padre fin da sette anni, è stato protagonista nell'aiutare la mamma Severina, detta la Rossa, a vendere formaggio con il carretto. E tutte le clienti lo guardavano con simpatia perché lui, per primo, giovani o anziane, belle e brutte che fossero, le guardava tutte con simpatia. Ricorda le grandi sgobbate della mamma, il freddo che le gonfiava le mani, quelle mani rosso fuoco che Gianfranco con gli occhi scintillanti di lacrime trattenute rivede tuttora passare sul candido lenzuolo del letto dell'ospedalino quando, bamibino, fu operato di appendicite. Rivede ancora la nera miseria di Trento con povere donne che, portando da casa un pezzo di carta oleata, comperavano venti grammi di burro. Costrette poi, a elemosinare il credito ('Me nòtet, popo, va là, per piazèr, che ho destementegà el portamonede"). E talvolta la discriminante favorevole al credito era quella bisbigliatagli nell'orecchio in fretta e furia da sua madre: 'A quela li noteghe pur, perché la ga'na fiola che laora ala Mislèn", che significava il sicuro saldo del conto a fine mese...
E tornando in piazza Garzetti, Cioma è stato protagonista anche nell'accompagnare, in cambio di una stecca di cioccolata, i soldati americani a trovare in qualche sgangherata camera una delle molte prostitute del posto. Numero uno, ma solo perché era il portiere, è stato della 'San Giorgio", la squadra di calcio delle Androne, con un mediano, figlio di nessuno, tanto povero che dormiva nel cortile del liceo Prati. Perché potesse reggere tutta la partita, Gianfranco rubava in casa una mezza lucanica e un pezzo di pane facendoglieli mangiare mezz'ora prima. Che due terzini aveva la San Giorgio! Ai piedi, di misura 36, quei due compagni portavano scarponi chiodati taglia 44, rubati chissà dove ai soldati tedeschi. E quando sul pallone arrivava uno dei due, da parte degli avversari c'era un comprensibile fuggi fuggi.
Verso la fine degli anni '50, cosa ci poteva essere di più creativo e comunicativo, di più libero da orari e di più ben remunerato di un lavoro di propagandista di medicinali? Ha fatto anche quello perché pure li la comunicativa pagava. Ma non gli era ancora sufficiente. Non gli bastava fare il Presidente del Trento Calcio Club per il quale doveva spendersi in tante attività. Mania di protagonismo? No, soltanto voglia di esserci e di metterci del suo.
Augusto Bleggi, uno dei primi giornalisti in voce, infatti, lo chiama alla neonata Radio Dolomiti, prima radio privata del Trentino, per farsi aiutare a condurre da Margone il programma notturno 'Filo Notte" da mezzanotte all'alba. E lui ci va. Si erano inventati le telefonate in diretta dei radioascoltatori, tenendo banco e sveglia una folta schiera di trentini perfino, in un'occasione, a dire la loro sulla traduzione italiana del dialettale 'bragaròl".
Non gli basta ancora perché, allargando sempre la platea, nel settembre '76 nasce Tva con Augusto Bleggi, sempre lui come promotore. A questo punto, Gianfranco Chiomento, quasi per dare maggiore importanza a quello che sta per dire, abbandona la posizione sportiva dietro la scrivania con una gamba a squadra sull'altra. Giocherella con gli occhialini che in quelle manone spariscono e fissa certi paletti professionali a cui tiene molto. E' una panoramica sui colleghi. 'Bleggi, si sa, bravissimo. Augusto Giovannini è stato un maestro di fantasia e di brillantezza, un grande. Rino Perego mi insegnò, sfondando peraltro una porta aperta, che fare il giornalista comporta esserlo 24 ore al giorno, non a orario fisso". E non nega che da cronista di Tva ha dovuto fare anche qualche intervista politica con il cappello in mano che non significa calare le braghe, ma soltanto una possibile premessa. In compenso ha trasmesso e commentato ai trentini le prime immagini sconvolgenti di tragedie evitate per un pelo come la Sloi e tragedie vere e proprie come Stava. Un'altra pausa, accompagnata da un' altra roteazione di occhialini. 'Sai che ti dico? Che ho fatto tutto con entusiasmo e che vendere formaggio in piazza e fare il giornalista, per me, è stato un lavoro di pari entusiasmo e dignità. E' tempo, caro mio, di scendere da certi piedistalli".

Giorgio Dal Bosco