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 mento da parte di quest’ultima - con l’ok dell’Agenzia delle Entrate - di un’immensa perdita fiscalmente deducibile: una “dote” superiore ai 3 miliardi di euro. Al termine dell’operazione, lo Stato, che per il tramite del Ministero per l’Economia è il maggiore azionista di Enel, realizzerà quindi minori entrate per almeno 1 miliardo di euro: le imposte risparmiate da Enel stessa.
 Un finale meschino per una iniziativa nata sotto i migliori auspici, primo fra tutti quello di una compagine sociale di primo ordine (l’operatore spagnolo Telefonica, poi Capitalia, Edison, Acea del Comune di Roma, Atlanet del gruppo Fiat) e dove un ruolo di spicco spettava a Xera, ispirata dal gruppo Podini e completata dal meglio della finanza locale. Il ruolo, per certi versi incestuoso, di Stato e Ministero per l’Economia, non è però l’unica particolarità del caso. Sul mancato decollo del gruppo telefonico, alla cui guida era chiamato il Celli ex-direttore generale della Rai ed attuale responsabile comunicazione di Unicredito, si sono susseguite opinioni dagli accenti piuttosto forti, l’ultima delle quali è stata resa dallo stesso Podini sulle pagine di questo giornale. Secondo il finanziere bolzanino, infatti, la società è stata messa fuori gioco dalla morsa dei monopolisti: vittima di un mercato imperfetto.
 Vi è tuttavia qualche dubbio sul fatto che l’episodio di Ipse sia archiviabile brevi manu tra le manifestazioni - purtroppo frequenti - di un mercato “per alcuni più libero che per altri”. Quando, nell’estate del 2000, nel pieno dell’asta per l’assegnazione delle frequenze Umts (Universal Mobil Telecomunications System), l’attenzione era concentrata sulle prospettive tecnologiche e di business offerte dal nuovo standard, nessuno si accorse che la gara aveva provocato uno dei più importanti trasferimenti - volontari - di ricchezza della storia: le imprese di telecomunicazione europee sborsarono complessivamente l’equivalente di 200 miliardi degli attuali euro, di cui 14 solo in Italia, euro più o meno. Una montagna di soldi che fece lievitare l’indebitamento di tutte le compagnie telefoniche e che ancora affligge i rispettivi bilanci. Alla domanda sul “chi deve pagare” il prezzo di questo travaso, la risposta “del mercato” poteva essere solo una: “gli azionisti”. Quella di questi ultimi voleva invece essere un’altra: “i clienti”. Dell’infondatezza di questa seconda ipotesi, tuttavia, fecero immediatamente le spese gli azionisti delle varie British Telecom, Deutsche Telekom, France Telecom, Telefonica, Vodafone e così via, che nel giro di poche settimane videro sfumare più di 150 miliardi di euro di capitalizzazione. I patrimoni delle società dei neo-gestori come Ipse, inoltre, avrebbero dovuto soffrire ancora di più, come effettivamente accadde, da un lato perché privi del flusso di cassa generato da attività redditizie come quelle della telefonia mobile “tradizionale” (Gsm), dall’altro perché comunque costretti ad investire in una tecnologia tutta da creare ed in costosissime campagne di marketing. Il mercato forse non è, come sostiene J. K. Galbraith, “quella cosa che, di tanto in tanto, separa il denaro dagli idioti”. Ma nel caso dei nuovi gestori Umts, ovviamente eccezion fatta per l’aggettivazione colorita usata dall’economista americano, ci è andato vicino.
Albino Leonardi