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02 gennaio 2005 —
pagina 24
sezione: Cronaca
mento da parte di questultima - con lok dellAgenzia delle Entrate - di unimmensa perdita fiscalmente deducibile: una dote superiore ai 3 miliardi di euro. Al termine delloperazione, lo Stato, che per il tramite del Ministero per lEconomia è il maggiore azionista di Enel, realizzerà quindi minori entrate per almeno 1 miliardo di euro: le imposte risparmiate da Enel stessa.
Un finale meschino per una iniziativa nata sotto i migliori auspici, primo fra tutti quello di una compagine sociale di primo ordine (loperatore spagnolo Telefonica, poi Capitalia, Edison, Acea del Comune di Roma, Atlanet del gruppo Fiat) e dove un ruolo di spicco spettava a Xera, ispirata dal gruppo Podini e completata dal meglio della finanza locale. Il ruolo, per certi versi incestuoso, di Stato e Ministero per lEconomia, non è però lunica particolarità del caso. Sul mancato decollo del gruppo telefonico, alla cui guida era chiamato il Celli ex-direttore generale della Rai ed attuale responsabile comunicazione di Unicredito, si sono susseguite opinioni dagli accenti piuttosto forti, lultima delle quali è stata resa dallo stesso Podini sulle pagine di questo giornale. Secondo il finanziere bolzanino, infatti, la società è stata messa fuori gioco dalla morsa dei monopolisti: vittima di un mercato imperfetto.
Vi è tuttavia qualche dubbio sul fatto che lepisodio di Ipse sia archiviabile brevi manu tra le manifestazioni - purtroppo frequenti - di un mercato per alcuni più libero che per altri. Quando, nellestate del 2000, nel pieno dellasta per lassegnazione delle frequenze Umts (Universal Mobil Telecomunications System), lattenzione era concentrata sulle prospettive tecnologiche e di business offerte dal nuovo standard, nessuno si accorse che la gara aveva provocato uno dei più importanti trasferimenti - volontari - di ricchezza della storia: le imprese di telecomunicazione europee sborsarono complessivamente lequivalente di 200 miliardi degli attuali euro, di cui 14 solo in Italia, euro più o meno. Una montagna di soldi che fece lievitare lindebitamento di tutte le compagnie telefoniche e che ancora affligge i rispettivi bilanci. Alla domanda sul chi deve pagare il prezzo di questo travaso, la risposta del mercato poteva essere solo una: gli azionisti. Quella di questi ultimi voleva invece essere unaltra: i clienti. Dellinfondatezza di questa seconda ipotesi, tuttavia, fecero immediatamente le spese gli azionisti delle varie British Telecom, Deutsche Telekom, France Telecom, Telefonica, Vodafone e così via, che nel giro di poche settimane videro sfumare più di 150 miliardi di euro di capitalizzazione. I patrimoni delle società dei neo-gestori come Ipse, inoltre, avrebbero dovuto soffrire ancora di più, come effettivamente accadde, da un lato perché privi del flusso di cassa generato da attività redditizie come quelle della telefonia mobile tradizionale (Gsm), dallaltro perché comunque costretti ad investire in una tecnologia tutta da creare ed in costosissime campagne di marketing. Il mercato forse non è, come sostiene J. K. Galbraith, quella cosa che, di tanto in tanto, separa il denaro dagli idioti. Ma nel caso dei nuovi gestori Umts, ovviamente eccezion fatta per laggettivazione colorita usata dalleconomista americano, ci è andato vicino.
Albino Leonardi