Baratieri, il generale sconfitto che divise irredentisti e trentini


Giuseppe Cesare Abba, nelle sue noterelle garibaldine, si occupò anche del conte trentino Oreste Baratter, convertito in Baratieri, nato a Condino, arruolatosi tra i Mille non ancora diciottenne pur essendo miope come una talpa, e scrisse che la stella della fortuna lo aveva assistito per 36 anni.
 Vale a dire: dal glorioso 11 maggio del 1860, quando aveva scaricato a Marsala cinque cannoni in un quarto d’ora, all’inglorioso primo marzo del 1896, con la disfatta di Adua. Due generali e 250 ufficiali caduti, ventimila vittime nei due schieramenti. Gli italiani si trovarono a combattere uno contro quattro abissini. Molti di loro furono fatti prigionieri. Baratieri, governatore dell’Etiopia, fu accusato di avere gestito malissimo quelle battaglie, procurando lutti e dolore a mezza Italia.
 Fu deplorato un suo dispaccio al governo, che accusava le truppe di non aver saputo tenere il loro posto. Quella carneficina fu uno shock terribile. Gli orrori della grande guerra erano ancora da venire. Vale la pena tornare su quelle vicende per riassumere la polemica che oppose due giornali già sulla breccia, “La Nazione” e l’“Alto Adige”.
 Quest’ultimo nella Strenna natalizia del 1895 aveva pubblicato una litografia a colori di Eugenio Prati dedicata alla morte del maggiore Toselli nella battaglia di Amba Alagi. Dalle colonne dei due giornali polemizzarono Alberto Eccher, il noto fisico trentino trapiantato a Firenze, di idee socialiste irredentiste, che aveva italianizzato il proprio cognome in Dall’Eco, e l’altrettanto noto avvocato e criminologo trentino Scipio Sighele. Ricostruire le fasi della polemica è stato semplice, perché gli articoli pubblicati dai due quotidiani, e altri scritti, sono riportati nelle cinquanta pagine di un fascicolo stampato a Trento nel 1896 da Giuseppe Marietti, a spese di Alberto Eccher, e intitolato “Ai cortesi lettori dell’Alto Adige”.
 Il 29 febbraio 1896 Baratieri aveva emesso l’ordine di attacco. Il 7 marzo l’avvocato Sighele, come puntalmente annunciato dall’Alto Adige, telegrafò a Baratieri, messo sotto inchiesta a Massaua, e si offrì di assumerne la difesa. Secondo lui, tra il governo di Crispi e Baratieri, aveva più colpa il governo e Baratieri “gli faceva pietà anche se era molto colpevole”. Si associò da Roma il cavalier Mario Manfroni, trentino e funzionario ministeriale, perché a suo dire Baratieri era un capro espiatorio. Cinque giorni dopo il professor Eccher, da Firenze, convinto che la posizione dell’Alto Adige non rispecchiasse le idee del paese, chiese ospitalità al giornale La Nazione, criticò la posizione di Sighele e Manfroni e aprì con mille lire (per allora, una gran cifra) una sottoscrizione a favore dei feriti d’Africa e delle loro famiglie. Il 17 marzo l’articolo fu ripreso dal giornale romano L’Opinione. Lo stesso giorno l’Alto Adige pubblicò una risposta tagliente di Sighele, con l’appendice di un commento redazionale: tempo al tempo, dopo il verdetto dell’inchiesta Eccher si sarebbe certamente ricreduto.
 Apriti cielo. Alberto Eccher, sempre dalle colonne del quotidiano fiorentino, accusò Scipio Sighele di trentinismo. La Nazione titolò: “Pro e contro Baratieri”. Il 24 marzo Sighele da Roma spedì una precisazione. Due giorni dopo Eccher da Firenze scrisse che Sighele era a corto di argomenti. Manfroni, sempre da Roma, diede dell’ingeneroso a Crispi, che aveva definito “tisi militare” la prudenza di Baratieri. L’Alto Adige decise di troncare il “Pro e contro”, rigettando una replica di Eccher, che ci teneva a far sapere che non avrebbe mai mutato opinione e rilanciò, aprendo altre sottoscrizioni.
 L’Alto Adige invece pubblicò un’autodifesa di Baratieri (che alla fine non fu condannato, ma assolto perché definito poco adatto alle esigenze del momento), e si chiese se il conteggio dei morti sul campo, portato nell’aula del dibattimento, non fosse una forma di accanimento nei confronti del generale. La Nazione, nel mese di agosto, biasimò questi argomenti con l’articolo di un corrispondente dal Trentino austriaco, che non si firmava e accusava il quotidiano Alto Adige di pubblicare orribili romanzacci d’appendice, mentre in città era prossima l’inaugurazione del monumento a Dante Alighieri. Fu scontro aperto. L’Alto Adige, in un editoriale non firmato, si disse certo che il corrispondente anonimo del quotidiano La Nazione fosse Eccher. La Nazione rispose per le rime, definendo “sciagurata” la difesa del generale assunta da alcuni giornali.
 Altre schermaglie e allusioni, finché Eccher non telegrafò all’Alto Adige: “Prego dichiarare se nell’articolo ‘Alla Nazione’ intendete riferirvi, come pare, al sottoscritto”. Risposta dell’Alto Adige. “Autore articolo assente, suo ritorno risponderà”. Eccher preannunciò la pubblicazione di un fascicolo con tutti gli articoli e pretese una rettifica. Risposta dall’Alto Adige: “Non accettiamo rettifiche infondate, attaccati difenderemoci stampa”. Nel frattempo è giunto settembre. Il fascicolo di Eccher vide la luce a Trento entro l’anno (non sappiamo quando). Ne abbiamo una copia sotto gli occhi, ingiallita e scompaginata dall’uso. Inizia con la frase: “L’uomo vale quanto la sua parola”.
 Riflessioni. Alberto Eccher si sente ferito nell’amor proprio e vuole garantirsi l’ultima battuta, persuaso del fatto che l’uomo vale quanto la sua parola, detta scritta o stampata. Beato lui. La questione però non è tutta personale. E non è neppure politica al cento per cento. C’è una venatura, che vorremmo definire antropologica. Nell’ultima pagina del fascicolo, prima delle scuse e dei saluti ai lettori, così scrive Eccher: “Come noi che viviamo lontani dal paese presumeremmo troppo se ci immaginassimo di conoscerlo bene in ogni sua manifestazione; altrettanto avviene, per chi nel paese quasi esclusivamente vivendo pretenda giudicare senza appello di ciò che riguarda il resto degli italiani”.

Alessandro Dell’Aira