RIMINI - Proprio oggi, quando finalmente Monti vede avvicinarsi «il momento in cui usciremo dalla crisi», ecco proprio in questi giorni cruciali tutto, di nuovo, rischia di essere pregiudicato. Al Meeting di Cl, di fronte a un'enorme platea che lo tiene in palmo di mano, il premier deve dar fondo a tutto il suo «misurato understatement» per non lasciar affiorare alla superficie la drammaticità del momento. Ma l'allarme per l'avvicinarsi di una spirale disastrosa di eventi che possa portare alla caduta della moneta unica a palazzo Chigi è elevatissimo. La Germania ha infatti eretto un muro altissimo di fronte alla disperata richiesta di Atene di ottenere una dilazione nel piano di tagli draconiani al bilancio pubblico. Niente da fare, almeno per ora. Dopo il ministro d e l l e F i n a n z e , W o l f g a n g Schaeuble, ieri un altro membro del gabinetto tedesco, il ministro dell'Economia Philipp Roesler, ha messo in chiaro che «chi non rispetta le regole e rompe gli accordi siglati non può attendersi aiuti finanziari».
Una porta chiusa in faccia al primo ministro greco Antonis Samaras che venerdì andrà con il cappello in mano a Berlino sperando in un po' di comprensione. Ma i margini per una trattativa, fortemente auspicata da Roma e Parigi, sembrano al momento inesistenti. Per questo ieri Monti, sapendo di essere ripreso da tutte le agenzie di stampa europee, ha lanciato da Rimini il suo monito sull'euro. Pensando proprio alla rigidità tedesca, alla «Grexit» - l'ipotesi di un'uscita di Atene dalla moneta unica - e alle possibili conseguenze rovinose per la Spagna e l'Italia. Sarebbe «una tragedia massima», ha scandito parlando a braccio, se l'euro, invece che unire, «diventasse, per incapacità nostra, un fattore di disgregazione». Facendo capire ai tedeschi e ai falchi del Nord Europa che la moneta unica non è soltanto un «fattore tecnico», contabile, ma «un valore morale», anzi «il coronamento del sogno di integrazione e unità europea».
In questi giorni il premier, anche durante la breve vacanza nei Grigioni, è stato al centro di una rete di contatti europei per scongiurare il peggio. E l'umore non deve essere dei migliori.
Prima di affrontare la folla di Cl Monti si apparta in un salottino riservato con i referenti politici del movimento - Maurizio Lupi, Mario Mauro, Giorgio Vittadini, Roberto Formigoni - e a loro anticipa i contenuti del discorso. «E' stanco di tutta questa situazione - confida Mauro, con il quale il premier intrattiene da tempo uno scambio sulle questioni europee - e, se potesse parlare liberamente, manderebbe molti leader a quel paese».
A indispettirlo ulteriormente è la questione di un possibile referendum sull'Europa che sta montando in Germania e, forse, anche in Italia. «Attenti- ha ammonito ieri Monti - perché se nel 1950, ad appena cinque anni dalla fine della seconda guerra mondiale, avessero fatto in Francia e Germania un referendum sulla «dichiarazione Schuman», forse l'Europa unita non sarebbe mai nata». Il premier osserva il dibattito in Germania con crescente preoccupazione. Venerdì scorso Rainer Br•derle, uno degli alleati della Merkel ha detto chiaramente che prima o poi «arriverà il momento in cui un referendum sull'Europa sarà necessario». Una posizione condivisa dai liberali e da Horst Seehofer, il capo della Csu. Ma l'idea che il processo che partirà il prossimo ottobre sulla base della proposta di Van Rompuy debba concludersi con una consultazione popolare attraversa anche il campo dei federalisti, non è patrimonio degli euroscettici. «I rischi - ammonisce una fonte di governo - potrebbero essere molto alti. Già nel 2004 i referendum in Francia e Olanda fecero fallire il trattato costituzionale elaborato dalla Convenzione». Ma il Professore pensa anche all'Italia. Le sue antenne nel Pdl gli hanno riferito che la proposta di un referendum sull'Europa sarà al centro della campagna elettorale di Berlusconi. E persino a sinistra i più federalisti ritengono inevitabile battezzare le future nuove istituzioni con un bagno popolare. E' la posizione di Giuliano Amato e degli «spinelliani» del Pd come Sandro Gozi: «Ci vuole un'assemblea costituente già il prossimo anno. Il testo che ne uscirà dovrà poi essere sottoposto a referendum lo stesso giorno in tutta l'Europa». Monti resta contrarissimo. Anche perché significherebbe prolungare di almeno due anni l'incertezza sulla governance europea. Con il rischio che si perpetui l'instabilità sull'euro e l'altalena dello spread.
- DAL NOSTRO INVIATO FRANCESCO BEI