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Il declino c'è e si poteva fermare

PROFESSOR Gallino, bisogna pregare contro il declino di Torino, come invita a fare l'arcivescovo Nosiglia o quel declino è in parte alle nostre spalle come sostiene il sindaco Fassino? «Non sono molto ottimista.

Perché se è vero che la vicenda Fiat è il convitato di pietra di questo dibattito sul declino di Torino è altrettanto vero che propria questa vicenda è l'ultimo segnale di quello che per questa città sembra un destino».

Cioè? «Produrre invenzioni, creare nuove imprese, in questo Torino si dimostra in molti campi un campione nazionale. Poi non riesce a trattenere ciò che ha costruito. La Fiat che pochi anni fa aveva otto linee operative a Mirafiori e adesso ne ha una è solo l'ultimo caso, ripeto».

Quello del "ci portano via tutto", non le sembra un ritornello già sentito? «Può darsi, ma fa sempre il suo effetto: la Sip era la più grande azienda di telecomunicazione italiana se ne è andata e senza risarcimento. Si era promessaa Torino l'autorithy delle telecomunicazioni, che è è finita altrove. Il San Paolo, una delle più grandi banche d'Italia è stata in sostanza incorporata ad Intesa. I posti di lavoro per ora sono rimasti, ma si comanda altrove. Vogliamo parlare poi di casi, magari minori per l'impatto economico, ma significativi? Abbiamo perso, senza che nessuno alzasse un dito, una casa editrice come la Utet. E Giugiaro? La più importante casa di design europea, è stata acquisita da Volkswagen e nessun ha detto niente. Non doveva succedere. In Germania non sarebbe successo.

Fiat non ha mosso un dito, ma anche la città non lo ha fatto».

Vede altri spettri nel futuro subalpino? «Si parla addirittura di far a pezzi il Csi Piemonte, una delle più grandi aziende informatiche d'Italia. Insomma mi sembra manifesta sia la capacità di creare grandi realtà produttive, culturali, finanziarie, sia l'incapacità di mantenerle. La Fiat quindici anni fa produceva in Italia quasi 2 milioni di auto. Quest'anno forse arriveràa 400 mila. Se nonè declino, certo ci si va vicino. Ci sono sconfitte e perdite, ma qui si va oltre».

Le cause quali sono? Forse siamo cattivi imprenditori? «Non direi. Forse però le capacità personali non sono poi integrate in una struttura forte come accade in Germania dove c'è sempre intreccio tra realtà regionalie cittadine, tessuto industriale e finanziario. Qui no. Ce ne è di più in Lombardia e in Emilia. Forse anche nel Cuneese dove l'intreccio tra politica ed economia è più efficiente».

Quindi è colpa della politica? «Credo che molta parte del problema sia dovuto alla politica: che assiste, spera, si augura, ma non interviene. Parlo sia della politica localee regionale che del governo. Prenda ad esempio la questione Fiat: la voce della Regione come quella del Comune è stata decisamente flebile. Autorevoli rappresenti dell'uno e dell'altro ente hanno ripetuto che il mondo era cambiato, c'era la globalizzazione. Come se non ci fosse più nulla da fare. Non è così: i Lander tedeschi si sono sempre battuti come tigri per mantenere le realtà produttive. Quindi la prima responsabilità è politica».

Non è che Torino è anche un po' periferica, isolata dal resto del mondo? «La collocazione geografica non credo c'entri. Siamo in mezzo all'Europa. Solo che la situazione dei trasportiè drammaticamente peggiorata, andare in Francia è più complicato di qualche anno fa. Forse migliorerà per i miei nipoti. Non parliamo di comunicazioni con le altre città italiane: oggi o si pagano i prezzi altissimi del Frecciarossa o ci si adatta a viaggiare come nel 1948.

Insomma Torino è stata danneggiata dal suo isolamento ferroviario, e in parte anche aereo, non dalla sua posizione geografica. E anche in questo caso né la Regione né il Comune hanno alzato una mano. Insomma si parla di globalizzazione della necessità di adeguarsi alle nuove realtà poi i trasporti si sgretolano sotto le nostre mani senza che si alzino voci di protesta e qualcuno si impegni». La sua è una analisi spietata: non vede speranze per Torino? «Il futuro non si prevede, va costruito pezzo per pezzo. Non c'è sfera di cristallo che serva. E qui mi sembra che oggi, purtroppo, sia marginale la capacità di mettere insieme i pezzi e cercare di costruire. Se uno sta seduto sulla riva del fiume come si è fatto nel caso Fiat, è difficile che ne venga fuori qualcosa di positivo». © RIPRODUZIONE RISERVATA

- MARCO TRABUCCO