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Basta violenza, ora Assad e ribelli devono parlarsi

LAKHDAR Brahimi, si direbbe che ovunque vi siano problemi nel mondo lei, da poco nominato inviato di Onu e Lega Araba in Siria, sia chiamato a disinnescarli: Haiti, Sudafrica, Afghanistan, Iraq, Libano. Stavolta, Damasco, la sua è davvero una "missione impossibile"? «Si tratta sempre di missioni difficili, e in effetti questa è particolarmente difficile». Lei ha riflettuto a lungo prima di raccogliere il testimone di Kofi Annan? «Ero titubante. Ma è difficile rifiutare una richiesta di aiuto in una situazione così complessa, dove c' è tanta sofferenza». I 300 osservatori militari in partenza da Damasco saranno sostituiti da una missione civile dieci volte inferiore. Quale peso avrà? «Non è necessaria una grande missione. Soprattutto, bisogna avviare un dialogo serio fra tutte le parti. Se no, è inutile». Ma l' opposizione è frammentata e le due parti non sembrano prontea deporre le armi. «Purtroppo è così: la guerra civile è, fra tutti i conflitti, il più crudele. In Siria è già in corso da tempo. Si tratta di fermarla. Avevo detto fin dall' inizio che il vento della primavera araba non avrebbe risparmiato alcun Paese; che ciascun governo avrebbe potuto dirigere la trasformazione, altrimenti ne sarebbe stato vittima. La Siria non fa eccezione. Il cambiamento è inevitabile». Il presidente Bashar al-Assad deve andarsene? «Beh, vedremo. C' è già chi dice che io sia favorevole a che Assad rimanga. Per quanto mi riguarda, nonè ancora il momento di affrontare questo punto». Il suo mestiere è di incontrare tutti. Però, un rapporto dell' Onu denuncia abusi umanitari da entrambe le parti. Lei potrà imporsi? «Sa, il vero obiettivo no è quello di dirsi a favore di questo o quello: è di aiutare i siriani facendo tutto il possibile. Se può essere utile che a un certo punto io batta il pugno sul tavolo, lo farò. Le dimissioni di Annan sono state un atto eminentemente politico a favore del popolo siriano. Ha detto che bisogna smettere di accusarsi a vicenda e adottare una posizione comune in sostegno delle aspirazioni del popolo». La Siria ha un mosaico di comunità complesso: si frammenterà? «La Siria era un esempio di coabitazione straordinario, ispirato a un sentimento di appartenenza nazionale. In questo senso era un Paese esemplare. Conoscevo molti siriani, ma non ho mai saputo chi fosse cristiano, musulmano, sciita, alawita. Questa era la Siria. Spero che i siriani non perdano questa qualità eccezionale. Che non accada come in Iraq». ©France 24, L' Entretien - FRANÇOIS PICARD