ARCHIVIO LA REPUBBLICA DAL 1984

Cimbri No ai soldi arabi l' ultima battaglia dei barbari veneti

PIAN DI CANSIGLIO (Belluno) Adomanda risponde. «Ja, ich pin zimbar. Sì, sono un cimbro». Poi quasi si scusa. «Non conosco molte altre parole. So dire grazie, "borbais got"e arrivederci, "un barzegan sich". Tutto qui. E non sono nemmeno biondo e con gli occhi azzurri come i miei antenati». Lino Azzalini, 66 anni, è il presidente dell' Associazione culturale Cimbri del Cansiglio, poco più di cento famiglie con solo quattro cognomi: Azzalini, Bonato, Gandin e Slaviero. «Siamo qui da tre secoli e ancora ci sentiamo abusivi. Non riusciamo a decidere il futuro della nostra terra. Noi del Cansiglio arriviamo da Roana, sull' altipiano di Asiago, dove i primi cimbri furono chiamati dalla Serenissima, che per avere questi contadini della Baviera fece ponti d' oro: i nostri avi potevano usare i pascoli di valle, vendevano setacci e scatole di legno e non pagavano dazi. Adesso, invece, proprio da Venezia, ...». Domenica c' è stata la festa annuale dei cimbri e il Cansiglio si è trasformato in una manifestazione di protesta. A dar man forte a questo piccolo popolo che l' ispettore della Forestale Pietro Soravia nel 1879 definiva «gente robusta, pulita, parca di parole e movimenti», sono arrivati quasi tutti i sindaci della zona. E hanno tuonato contro la Regione che a Venezia decide senza consultare nessuno e rischia di consegnare l' altipiano a mani straniere. «Vendono il Cansiglio agli arabi», ha titolato il Corriere delle Alpi. «Noi vogliamo essere - hanno detto sindaci di Pdl, Lega e Pd una volta tanto uniti nella lotta - "paroni a casa nostra". Perché non ci chiedono se ci sta bene o no che in Cansiglio arrivino gli investitori arabi?». In vendita, ormai da un anno, ci sono il rifugio Sant' Osvaldo, l' hotel San Marco e un bellissimo campo da golf da 18 buche. Beni regionali, che Venezia vuole trasformare in denaro contante. «Dobbiamo essere informati subito - dice Floriano De Pra, sindaco di Farra d' Alpago - perché se c' è la vendita dopo non puoi discutere più nulla. Chi compra diventa padrone e decide come gli pare. E se qualche straniero, arabo o no, decidesse di comprare il San Marco e il golf per farne un villone privato?». «Abbiamo chiesto un tavolo di confronto - dice il sindaco di Tambre, Oscar Facchin - e se entro il mese non avremo una risposta chiamerò la gente in piazza. Dobbiamo difendere i villaggi cimbri, che sono il biglietto da visita più bello dell' intero Cansiglio. Non possiamo mettere in mani private le sole strutture che portano soldi». «I soldi ricavati dall' eventuale vendita di beni demaniali - insiste Giacomo De Luca, primo cittadino di Fregona - debbono comunque restare nel territorio. Questa è casa nostra, ma Venezia finge di non saperlo». Sono ancora «parchi di parole», i cimbri del Duemila. «Noi vogliamo solo salvare - dice il presidente Lino Azzalini - quel poco che resta della nostra cultura. Le case, la lingua che non conosciamo quasi più, qualche tradizione. Con la legge regionale 482 del 1999 siamo stati riconosciuti come minoranza etnica, ma quest' anno ci hanno tagliato i 27 mila euro stanziati in passato per tutti i cimbri del veneto. E pensare che per secoli tante persone, magari senza saperlo, hanno conosciuto i cimbri e il loro lavoro». In tutte le case c' era un tempo il setaccio che serviva a filtrare la farina e il cerchio in legno arrivava da qui. «Noi siamo chiamati i cimbri scatoleri perché i nostri avi preparavano le scatole per conservare gli alimenti. Per i setacci si usava il faggio tagliato in "boseghe", assicelle di pochi millimetri. Li vendevano casa per casa, per un setaccio quattro chili di fagioli. Li spedivano in tutta Italia e anche nelle Americhe». Foto sbiadite mostrano i casoni, dove non c' era il camino ma solo un fuoco vivo. «Sul tetto c' era una "rebalta", che si apriva con una pertica per fare uscire un po' di fumo. Ma i bimbi erano sempre neri. Oltre la cucina c' era una piccola camera da letto per i genitori e i figli - mio nonno Girolamo ne aveva 14 - salivano con una scala a pioli sopra questa camera e dormivano su un "pajon", uno strato di foglie di granoturco». Ci sono anche cimbri felici. Vivono a Luserna e fanno parte della «Magnifica comunità degli altipiani cimbri dell' alta Valsugana». Trecento persone, e tutte parlano il cimbro. «È un tedesco antico - dice Fiorenzo Nicolussi Castellan, direttore del Kulturinstitut Lusérn - che i turisti arrivati dalla Germania non capiscono. A parlare questa lingua ci sono ancora 13 persone nei tredici Comuni veronesi, sui monti Lessini e 7 sull' altipiano di Asiago. E poi ci siamo noi trecento, e altri 500 che abitavano qui e che hanno mantenuto un forte legame con Luserna. Abbiamo scoperto che alcuni bambini non parlano la nostra lingua e allora facciamo i corsi. Cominciamo all' età di tre mesi, e poi andiamo nelle scuole». Un finanziamento della Provincia di Trento di 300.000 euro, un Tg di quindici minuti ogni settimana sul satellite. «E invece noi - si arrabbia don Serafino Gandin, classe 1935, unico prete cimbro in Italia e primo presidente dell' associazione del Cansiglio - siamo qui a difenderci per salvare almeno la memoria della nostra terra. Gli arabi? Ci mancano solo loro. Ho saputo che un indiano ha comprato delle casette al Col di Buoi, e poi c' è stata l' invasione dalla Bassa, trevigianie veneziani di valle che hanno comprato stalle e casa rotte per una pipa di tabacco e poi ne hanno fatto delle ville. Tutti vogliono mettere piede nella nostra terra e poi comandarci». Ha celebrato la Messa, domenica, alla festa dei cimbri. «In nàamen bòmme Bàatarn, bòmme Zùune... In nome del Padre, del Figlio...». E poi confessa. «Anch' io non conosco il cimbro. Riesco solo a fare il segno della croce». - JENNER MELETTI

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