ARCHIVIO LA REPUBBLICA DAL 1984

L'esempio dimenticato di un medico eroico

NELLA torrida estate palermitana del 1982, mentre infuriava quella che impropriamente è passata alla storia come l'ultima guerra di mafia, stava percorrendo il viale alberato che conduce all'ingresso del policlinico universitario di Palermo, per recarsi al lavoro. Era il mattino dell'11 agosto, intorno alle 8.15, quando un killer di mafia, vestito con camicetta celeste, agì indisturbato, con chirurgica precisione: lo colpì con quattro proiettili, esplosi da una pistola automatica. Fuggì subito dopo, scavalcò la recinzione del policlinico, si lasciò cadere sul predellino posteriore di una moto che l'attendeva, guidata da un complice. Moriva così un uomo inerme di 53 anni, nel pieno della vita, armato solo della sua onestà intellettuale Era il direttore di quell'istituto e, al contempo, il più apprezzato medico legale, esperto di dattiloscopia, degli uffici giudiziari palermitani, a quei tempi popolati da taluni magistrati troppo prudenti, ansiosi e timorosi. Il suo nome: Paolo Giaccone.

Il suo fu un "delitto eccellente", che richiese l'assenso della commissione provinciale di Palermo, come ha riconosciuto la V sezione della Corte di Cassazione, con sentenza del 10 giugno 1996. Lo eseguì materialmente Salvatore Rotolo, secondo il dettagliato racconto del collaboratore di giustizia Vincenzo Sinagra.

orirono in tanti, quell'anno, fu una carneficina. Ne furono contati 148.

Seguì agli omicidi di Pio La Torre e dell'autista-guardaspalle Rosario di Salvo. Precedette di 23 giorni l'uccisione del prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente Domenico Russo. Ma l'uccisione del professore Giaccone rappresentò un delitto che non si era mai visto prima e che non si è più visto nei trent'anni seguenti. Un onesto esponente della classe dirigente, che ricopriva un ruolo di responsabilità, con posizione di potere, in seno alla società palermitana, eliminato perché si era rifiutato di modificare la perizia dattiloscopica per "salvare" dall'ergastolo un assassino. Il giorno di Natale del 1981, a Bagheria, vi fu una strage, in cui perirono in cinque, fra i quali, un innocente passante. A seguito della sparatoria fu rinvenuta un'impronta digitale nell'auto semicombusta impiegata dai killers, che la polizia scientifica sosteneva appartenere a uno dei rampolli della famiglia Marchese di Corso dei Mille, Giuseppe, nipote del feroce boss Filippo.

Membro di un collegio peritale, Giaccone non si piegò a falsificare la perizia, né cedette all'invito del legale dell'imputato, l'avv.

Giuseppe Chiaracane, ad ammorbidire i risultati del suo lavoro. Certificò la bontà dei risultati della scientifica.

Giaccone fece il suo dovere, in un momento in cui farlo assumeva una portata rivoluzionaria e dirompente. Per questo divenne un eroe e ritengo rappresenti un faro capace di illuminare le coscienze dei medici e degli uomini liberi, che non vogliono - per usare le parole sempre attuali di Leopoldo Franchetti, estratte dalla sua famosa "Inchiesta in Sicilia" - essere "obbligati per la riconoscenzao per la speranza di servigi" alla mafia e al potere politico. In molti si sono chiesti se ne sia valsa la pena morire così, abbandonando una moglie e una giovane figlia per fare il proprio dovere, se il suo sacrificio e il suo esempio abbiano prodotto effetti di moralizzazione all'interno della nobile classe medica.

Cosa nostra, connotata da una dimensione interclassista e dalla capacità di conglobare i vertici della piramide sociale, ha mostrato di essere consapevole di quanto possano essere preziosi i legami con gli appartenenti alla classe medica. Non c'è niente come la malattia per legare a sé la gente. E per le loro conoscenze specifiche sono quotidianamente chiamatia svolgere le funzioni di peritoe di consulente per gli uffici giudiziari.

La classe medica, permeata da un pervasivo clientelismo e nepotismo, troppe volte ha mostrato di cedere ai compromessi.

L'Ordine dei medici è intervenuto con l'irrogazione di sanzioni disciplinari solo quando obbligato dalla Legge. Ha, invece, utilizzato il proprio potere discrezionale di sospensione molto raramente, per non dire quasi mai. Eppure, molti casi gravi si sono verificati. Alcuni medici sono stati scoperti mentre chiedevano favori ai boss mafiosi, altri sono stati arrestati e condannati.

Si pensi, a titolo esemplificativo, ad alcune figure emblematiche, che hanno segnato gli ultimi quattro lustri. Al boss chirurgo di Brancaccio Giuseppe Guttadauro; a Domenico Miceli, ex assessore comunale dell'Udc a Palermo, chirurgo oncologico al Policninico; all'ex presidente della Regione Totò Cuffaro, medico radiologo; al dottor Vincenzo Greco, che ha prestato le cure al killer di padre Puglisi, Salvatore Grigoli; ad Antonino Cinà, titolare di un laboratorio di analisi cliniche, medico e sodale di Bernardo Provenzano e Salvatore Riina (Giovanni Brusca gli ha attribuito di aver stilato il papello: la lista di richieste che Riina avrebbe sottoposto allo Stato dopo la strage di Capaci); al dottor Giuseppe Di Noto, primario all'ospedale Ingrassia di Palermo, arrestato il 30 gennaio 2001 nelle campagne di Mezzoiuso, unitamente al latitante Benedetto Spera; al medico Salvatore Aragona, arrestato e, poi, pentito, che ha confessato le proprie responsabilità; a Gioacchino Pennino, uomo d'onore, medico ed esponente politico locale, divenuto collaboratore di giustizia.

A fronte di ciò, vi è, però, anche un'altra Sicilia e un'altra Italia, con medici che quotidianamente svolgono il proprio dovere, che credono che le assunzioni e le carriere debbano essere affidate alla meritocrazia. Medici, dunque, che rendono omaggio alla memoria di Giaccone non solo in occasione delle commemorazioni, che fanno capire come ne sia valsa la pena e che consentono di guardare al futuro con relativo ottimismo.

Il policlinico di Palermo è oggi intitolato a Paolo Giaccone e il suo ruolo è ricoperto dal professor Paolo Procaccianti, un medico integerrimo, una persona per bene, bersaglio anche di condotte minatorie, del quale ho avuto modo, nel corso della mia professione di pubblico ministero, di apprezzarne l'onestà intellettuale anche in taluni complessi casi, come l'omicidio del banchiere Roberto Calvi, che riscuote la stessa fiducia che godeva negli ambienti giudiziari il suo predecessore.

- LUCA TESCAROLI