«DAL punto di vista strategico, secondo me l' accordo di programma di Cornigliano è ancora validissimo. Ciò non toglie che sulle aree si possa aprire un ragionamento che puntia fare dello stabilimento un grande polo logistico dell' acciaio». Claudio Burlando riflette sul nodo-chiave dello sviluppo industriale genovese, l' Ilva di Cornigliano. Piaccia o no, da qui passano tutte le grandi sfide dell' impresa. Perché dal futuro della siderurgia dipendono anche la cantieristica e l' hi tech. Vale a dire i pilastri dell' economia genovese. IL PRESIDENTE della Regione ha appena finito di leggere l' intervista dell' ex sindaco Marta Vincenzi che attraverso le colonne di Repubblica ha chiesto di rivedere l' accordo di programma del 2005. Da qui parte per una riflessione a tutto campo sul futuro di Genova. Secondo lei, presidente Burlando, l' accordo andrebbe riscritto? «Spingere lo stabilimento dall' attività manifatturiera a quella logistica può essere pericoloso, in un momento come questo. Altro discorsoè un ragionamento sugli spazi. Ma sulla prosecuzione dell' attività industriale di Cornigliano non ci possono essere dubbi». Il problema resta quello di coniugare ambiente e lavoro. «Il governo ha appena deliberato nuovi finanziamenti per Taranto che riguardano il risanamento della città. Un percorso che, per tanti aspetti, si muove nella scia di quanto fatto a Genova». Un modello-Genova per risolvere i problemi di Taranto? «Qui si trattava di non fermare l' attività industriale con una nuova produzione, là bisogna salvare l' esistente. Detto questo, le analogie sono notevoli e i risultati raggiunti a Genova possono far ben sperare anche per la Puglia». A Genova il percorso di risanamento non è ancora completato. «E' vero, ma ci stiamo avviando a soluzione, a cominciare dalla bonifica delle aree, quasi finita, per proseguire con la riqualificazione del quartiere. Penso alla strada a mare, al restyling delle ville Bombrini, Serra e Bickey, alle infrastrutture». La fabbrica però sta frenando. E allora una scelta logistica potrebbe aiutare. «Non si può imputare la crisi all' azienda o a chi ha firmato gli accordi. Ma attenti, se si spegne Taranto, finisce la siderurgia in Italiae allora diventa difficile pensare a funzioni logistiche per Genova. Non entro nel merito delle decisioni della magistratura, ma chiedo che si individui una soluzione in grado di tenere insieme lavoro e ambiente». E come è possibile? «Non spegnendo l' altofornoe imponendo all' azienda tempi e controlli certi sulla salvaguardia dell' ambientee della sicurezza. Ci si deve provare perché è in gioco il futuro di interi settori economici come l' auto, la cantieristica, l' hi tech». Diciamo la verità: i problemi di Taranto, così come quelli di Cornigliano, iniziano ben prima dell' arrivo dei Riva. «Certamente sì, anche se poi l' attività è proseguita con Riva. Ma mi piace pensare a come è stato impostato il lavoro proprio qui, con la bonifica e il recupero di spazi importanti con un progetto che si concluderà, quando ci saranno i soldi, anche con la nuova sede dell' ospedale del Ponente. E poi non possiamo dimenticare il grande sforzo fatto sulle opere infrastrutturali che poggia su cinque punti». Quali? «Strada a mare, adeguamento di lungomare Canepa, collegamenti con il casello di Cornigliano, tra le sponde del Polcevera e tra sopraelevata e lungomare Canepa. Nel 2014 dovrebbe essere tutto finito. A quel punto resterà da dedicarsi a un' ultima cosa, via Cornigliano». Puntando finalmente alla sua trasformazione rispetto a quello che accade oggi? «Sì, liberata dai mezzi pesanti, che dalla Foce all' Elsag in via Puccini avranno strade dedicate, avrà una viabilità rinnovata, con un' alberatura centrale, o doppia, e una pista ciclabile». Torniamo all' industria, presidente. Perché oggi l' acciaio è in discussione. «Tuttoè in discussione, in Italia, in questo momento. Ansaldo Energia sarà ancora italiana?E avremo ancora un polo ferroviario? In questo contesto mi piace sottolineare che un settore come la cantieristica, che un anno fa era quello considerato più a rischio, oggi sembra essere quello più in sicurezza. Sestri, per intenderci, si dedica ai cassoni della Concordia, che consentono il rientro di 180 persone dalla cassa integrazione, costruirà la chiatta e ha concrete possibilità di lavoro su altre navi». Non sembrava così un anno fa. «Bisogna dare atto a Bono ( l' a. d. di Fincantieri n. d. r.) e al governo di aver raggiunto risultati importanti. Oltretutto, questo gruppo non ha debiti,a differenza di Finmeccanica, si è ulteriormente internazionalizzato e sta puntando su un settore di grandi prospettive come l' off shore». Con Bono non è sempre stato così tenero. «Nel momento più acuto della trattativa, in Regione gli dissi: "Capisco le tue difficoltà, ma se chiudi Sestri e il mercato riparte tu questo cantiere non ce l' hai più". Me lo ricorda spesso. Lo stesso discorso vale adesso per Taranto. Se lo chiudiamo, quando il mercato dell' acciaio ripartirà questo Paese sarà fuori per sempre». Nell' ultimo corteo i lavoratori l' hanno contestata. «Ne ho parlato anche con il presidente della Puglia Vendola. Non potevamo certo dare l' impressione di assecondare un' azione rivolta contro la magistratura. Il nostro atteggiamento è chiaro: mettere a posto l' impianto con investimenti e tempi certi, mentre l' attività prosegue. Questa è anche la posizione che abbiamo ribadito in corteo, scegliendo di essere con i lavoratori. L' attività manifatturiera deve continuare perché serve a tutti. Su questo punto, nessuna deroga».
-
MASSIMO MINELLA