ARCHIVIO LA REPUBBLICA DAL 1984

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SANTITÀ, se le cose stanno così, allora mi tiro indietro».

«No, non è il caso, né il momento. Tu resti lì». L'ufficio del Papa, dentro il Palazzo apostolico. Una decina di giorni fa. Uno davanti all'altro, con un tavolo fra loro, siedono Benedetto XVI e il Segretario di Stato, Tarcisio Bertone. È la settimana che prelude alla fine di giugno.

CITTÀ DEL VATICANO ESONO i giorni più difficili per il cardinale piemontese. Bertone è appena tornato da una visita di cinque giorni in Polonia. Ma la bufera per il caso Vatileaks, i documenti diffusi sui media che rivelano una situazione di sofferenza all'interno del Vaticano, lo travolge. Il braccio destro del Pontefice lotta e decide di rilasciare al settimanale Famiglia Cristiana un'intervista in cui si difende e ribalta le accuse: «Io sono al centro della mischia.

C'è chi vuole dividere il Papa dai cardinali». Ma i giornali, tutti i più importanti quotidiani italiani, lo danno per uscente e scrivono: «L'addio di Bertone è vicino». Il toto-successore impazza. È qui che il segretario di Stato vaticano, furente in volto, sale a parlare da Joseph Ratzinger, per capire se i suoi giorni come numero due della Santa Sede siano a una svolta. Bertone compie la sua mossa quasi in modo provocatorio, sapendo che il pontefice non può accettare. E Benedetto, che gli vuole bene e lo ha come collaboratore da tanti anni, fin dai tempi in cui dirigeva l'ex Sant'Uffizio, decide di non sacrificarlo. Almeno, non per ora.

L'offerta delle dimissioni di Bertone al Papa è un copione già visto. Era accaduto anche a fine maggio, quando il ciclone dei Vatileaks aveva portato, in un corto circuito improvviso, prima al siluramento del presidente dello Ior, il professor Ettore Gotti Tedeschi, e il giorno dopo all'arresto del maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele, accusato di essere il Corvo, cioè uno dei diffusori delle lettere. E il segretario di Stato, criticato in molte delle missive per la sua gestione di governo, aveva accarezzato l'idea di lasciare. Con Benedetto che però gli aveva fatto capire che non se ne parlava nemmeno. Lo stesso passo, in via formale, il cardinale lo aveva compiuto nel 2010, al compimento dei 75 anni, rimettendo il suo mandato nelle mani di Ratzinger, il quale lo aveva invece riconfermato, scrivendogli una lettera affettuosa che l'Osservatore Romano aveva poi riprodotto. Eppure, l'ultima mossa del segretario di Stato appare in qualche modo strumentale. Il Papa non ha accettato, perché non vuole certo cambiare ora, sotto l'urto dei media. Significherebbe non solo piegarsi ai desideri dei Corvi che pressano il Vaticano, ma compiere un passo dirompente di fronte all'opinione pubblica internazionale. E tuttavia Ratzinger nelle sue certezze è scosso soprattutto da due fatti. La forte reazione degli arcivescovi stranieri (nei giorni scorsi confluiti a Roma per ricevere il pallio, la stola vescovile) contro il Segretario di Stato italiano. E la consultazione avvenuta nell'Appartamento papale sabato 23 giugno fra il Ponteficee cinque cardinali da lui considerati saggi: Ruini, Ouellet, Tauran, Tomko e Pell. Quest'ultimo soprattutto, eminenza australiana di riconosciuta esperienza, è stato inesorabile sulla necessità di un cambio di mano.

Benedetto ha però deciso di blindare Bertone. C'è, per il segretario di Stato, ancora lo spazio per una proroga.

Terminato il colloquio con il Papa, infatti, il cardinale sostiene di poter rimanere anche nel 2013. E un motivo in effetti ci sarebbe: le elezioni italiane.

Difficilmente la Santa Sede va a sostituire il segretario di Stato prima di conoscere il risultato del voto. E, a quel punto, la scelta potrebbe tener conto di chi ha vinto, e diventare così definitiva. © RIPRODUZIONE RISERVATA

- MARCO ANSALDO

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