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Dal falco al biscione così la città diventa meglio di una selva

NON solo cani, gatti, piccioni, ahimè topi, e qualche coniglio da compagnia. La città è ormai luogo di "residenza" abituale anche per rapaci, caprioli, cinghiali, biscioni, gabbiani, e tutto ciò che dovrebbe stare tra collina, montagnae mare.E invece non solo sbarca in mezzo al cemento, ma scopre anche di viverci bene, meglio che in una campagna che l' uomo è riuscito a rovinare. La prima vera sorpresa riguarda le api. Se è vero che, come spiega la scienza, quando morirà l' ultima ape all' uomo resteranno quattro anni di vita, possiamo stare tranquilli. L' icona per eccellenza della vita agreste gode di buona salute anche sui tetti dei palazzoni. A Torino, i ricercatori di agraria hanno piazzato due alveari sui tetti della facoltà. Da ognuno sono usciti 90 chilogrammi di miele. E api ben più glamour hanno scelto di prendere casa nella Ville Lumiere. Un' arnia nel pieno centro di Parigi, tra smog e rumore, arriva a produrre un quintale di miele. Nella pace del Monferrato, appena cinquanta chili. Davvero sorprendente. La verità scientifica è che le api vivono quaranta giorni e le polveri sottili, che tanto fanno male all' uomo e ai suoi polmoni, non fanno in tempo ad intaccare quelli dell' insetto a strisce giallonere. In città trova decine di aiuole fiorite da marzo a novembre dove recuperare polline, clima più mite rispetto alla campagna e soprattutto nessuna traccia di pesticidi e anticrittogamici di cui l' agricoltura fa uso e abuso. Se nei boschi la vita è «grama» - tra biodiversità quasi azzerata, specie importate con effetti su quelle autoctone, veleni diffusi tra falde acquifere e coltivazioni intensive - la città diventa così un nuovo habitat. Non bisogna stupirsi dei caprioli che arrivano alle porte di piazza Vittorio e dei cinghiali che passeggiano ai Murazzi, di quelle, dalle abitudini più tranquille, che ha fatto la cuccia qualche mese fa nel sottopasso dell' ospedale Molinette. Non esistono ancora stime e censimenti ufficiali e i dati si basano per lo più su segnalazioni e sulle chiamate a vigili del fuoco e guardie forestali che vengono chiamati per andare a recuperare gli animali. E' successo una settimana fa: per due volte in meno in cinque giorni sono stati recuperati nel Po due esemplari di capriolo, scesi dalla collina, dove ne vivono una ventina di capi, e poi finiti nel fiume. E se si alzano gli occhi all' insù, la vita selvatica aumenta esponenzialmente, a saperla riconoscere. Nel cielo sopra Torino svolazzano indisturbati rondoni e varie specie di rapaci: sparvieri, falchi pellegrini e gheppi. L' anno scorso uno di loro ha fatto il nido sul comignolo di un palazzo tra corso Stati Uniti e corso Galileo Ferraris, cosa che, secondo madre natura, dovrebbe fare al riparo, nei boschi. Così come il falco di bosco che spiuma un piccione: una scena di cruda natura che prevederebbe la sua location ideale in alta montagna e che invece è capitata in un cortile di via Bertola. Il falco pellegrino fa i cuccioli ormai stabilmente sul costone della Mole Antonelliana, il rondone sulle facciate di Palazzo Madama e della stazione di Porta Nuova. E, dalle parti del Parco Colletta, i germani reali selvatici hanno fatto il nido sui balconi al quinto piano. Ma perché preferiscono traffico e cemento a radure e ruscelli? «L' ambiente urbano offre le tre cose che servono agli animali: cibo, rifugio e spazi per la riproduzione - spiega Luca Picco, responsabile dell' Osservatorio flora e fauna della Regione Piemonte - In campagna non è più così scontato trovarli». Le monocolture hanno infatti selezionato le specie animali in grado di adattarsi. «Nelle campagne di Airasca, ad esempio, si coltiva quasi solo più mais - prosegue Picco - e il mais lo mangiano, peraltro per pochi giorni all' anno, solo cornacchie e cinghiali. Insieme alle gazze fanno razzia di cibo e soprattutto di piccoli dando la caccia ai passerotti sotto ogni tegola di tetto. «Molte zone ora sono coltivate a pioppeto - prosegue - ma su questi alberi fa il nido solo la cornacchia. I castagni di piazza Solferino saranno forse meno puliti ma sicuramente sono più sicuri per i piccoli - ironizza Picco - al riparo da predatori e fucili dei cacciatori». I predatori urbani sarebbero i gatti, ma è più facile vederli stravaccati sul divano dei padroni piuttosto che a caccia sui tetti. Non si creda che le migrazioni cittadine siano un buon segno, non è affatto così. Come non è buona cosa che i parchi cittadini siano ormai invasi da scoiattoli grigi, che tanto piacciono ai bambini. Ai più la differenza non salta agli occhi, ma gli scoiattoli grigi sono i peggiori nemici di quelli rossi, razza locale che andrebbe protettae tutelata.I cugini scuri arrivano dall' America. I primi due sono approdati qui nel Dopoguerra, portati da un diplomatico che li ha piazzati a Stupinigi. Da allora, si sono moltiplicati a ritmo da guinness dei primati. Sono immuni, ma portatori del virus che decima i loro cugini rossi, mangiano le uova dai nidi, scortecciano gli alberi e fanno scorpacciate di nocciole. Il Parco della Mandria ha già avviato un piano di controllo, e presto si dovrà applicarlo anche altrove se si vuole evitare, ad esempio, che squadroni di scoiattoli grigi si mangino le produzioni di nocciole doc delle Langhe. © RIPRODUZIONE RISERVATA - MARIACHIARA GIACOSA