17 settembre 2011 —
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sezione: ECONOMIA
DAL NOSTRO INVIATO WRACLOW - Ama la musica classica. Adora i versi di Giuseppe Gioacchino Belli. E si diletta a scrivere sonetti: uno lo dedicò anche a Carlo Azeglio Ciampi per i suoi settanta anni. Si conoscono bene: insieme hanno difeso la lira nell' estate buia del 1992; insieme hanno lavorato per portare l' Italia nella serie A dell' euro, come si diceva a quei tempi. Perché Fabrizio Saccomanni, nuovo probabile governatore della Banca d' Italia, ha speso quasi tutta la sua carriera a via Nazionale, tranne una parentesi di tre anni alla Bers. Lo volle Guido Carli, nel lontano 1967, quando era ancora un giovane laureato alla Bocconi: giusto ieri l' ateneo gli ha conferito il titolo di Alumnus Bocconi 2011. Poi è rimasto con tutti gli altri governatori, salendo i vari gradini della carriera. Carli lo mandò a specializzarsi a Princeton. Quindi, subito dopo, a Washington presso il Fondo monetario internazionale. E fu la svolta: ci rimase cinque anni, imparando tutto il possibile sui mercati e le loro regole. L' economia gli piaceva, pur non avendo nullaa che fare con le proprie tradizioni familiari. «Vengo da una famiglia di medici», ha raccontato una volta, rivelando di essere stato spinto ad occuparsi di numeri e scenari, di trend e proiezioni, «dall' idea del pubblico servizio», dalla voglia di fare il «civil servant». Romano, classe 1942, Saccomanni sa tutto di banche e conosce l' arte del banchiere centrale. A via Nazionale, i suoi amici, lo dipingono come un estroverso, disponibile, di buon carattere e, soprattutto, ironico. Anche nelle polemiche. Come quando, nel 1990, all' Economist che aveva paragonato l' Europa del semestre di presidenza italiana ad un autobus guidato dai fratelli Marx, rispose con una lettera scritta a nome dei tre artisti. E così fu pubblicata. Diventa di pessimo umore, invece, quando si costringe a diete strettissime: una vera tortura per uno che, come lui, adora la grande cucina da gourmet, è goloso, e sempre alla ricerca di novità culinarie. In Banca d' Italia è stato a lungo l' uomo dei cambi e dei mercati, vivendo sulla sua pelle tutte le vicissitudini della lira e poi dell' Italia nell' euro. Nel 1998 era nel quartetto di esperti guidato dall' allora direttore del Tesoro, Mario Draghi, incaricato di convincere i partner stranieri sulla bontà della manovra messa in piedi da Romano Prodi, per l' appunto primo lasciapassare per l' Europa. Ha lavorato anche con Tommaso Padoa-Schioppa, col quale ad un certo punto si è pure trovato in concorrenza per la nomina nel primo board dell' allora neonata Bce. La sua ultima fatica, un volume su «Tigri globali e domatori nazionali», è la reazione a un disagio, accumulato in oltre un trentennio di partecipazione attiva alle vicende del sistema monetario e finanziario. Ed ha anche un sapore profetico: uscito per la prima volta nel 2002, immagina la futura crisi economica globale e le sue conseguenze. La dedica è per la moglie Luciana «che ha accettato amorevolmente che mi occupassi più di economia internazionale che di economia domestica».
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(e. p.)