«DEI trust è il Regno dei Cieli» diceva Chesterton nell'epitaffio ironico di Pierpont Morgan, finanziere caritatevole ma rotto ad ogni cinismo.
Forse Benedetto XVI ha inferto una dura ferita a quell'aforisma firmando un motu proprio che non si occupa di spiriti ma di carne finanziaria, di lotta alla droga e al riciclaggio di denaro sporco, dunque ai lucri prevalenti della criminalità organizzata. Evidentemente preoccupato delle sue possibili infiltrazioni oltre le sacre mura, Ratzinger ha precluso la cruna dell'ago al passaggio, se non dei ricchi, almeno dei mafiosi, dei tangentisti e dei terroristi.
Non che il Papa non avesse levato la sua voce contro le mafie. Ma questa volta impegna la sua autorità in una serie di misure legislative che schierano la Santa Sede sul fronte dell'Unione europea per la prevenzione e il contrasto dei crimini finanziari e monetari. Il 30 dicembre 2010 diventa così una data memorabile nella storia della Chiesa: la fortezza vaticana abbassa i ponti levatoi, si uniforma alle norme e ai controlli dell'Europa in campo finanziario. Abdica alle sue immunità concordatarie. Erano state spesso rivendicate per impedire a giudici, guardie di finanza, commissioni parlamentari d'inchiesta (per esempio sulla P2) di acquisire prove, interrogare prelati scoperti con le mani nel sacco onde fare pulizia nei gangli dello Stato. Ogni volta, si levava in faccia alle istruttorie e alle manette quel muro. Ora il Papa dice che la Santa Sede «intende far proprie» le regole della comunità internazionale per prevenire e contrastare il fenomeno del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo. E dispone che l'obbligo del segreto non sia più opponibile alle richieste dell'Autorità Giudiziaria, inquirente e giudicante, «quando le informazioni richieste siano necessarie per le indagini o per i procedimenti relativi a violazioni sanzionate penalmente».
Dopo l'emanazione di queste norme, sembra difficile che le eccezioni fatte valere in passato siano ancora opponibili. In compenso un papato sitibondo di credibilità per la sua Chiesa accetta di giocare il gioco della trasparenza delle democrazie mature. Con la stessa forza con cui ha voluto, per l'intero anno, fare luce pubblica sulla piaga oscura del clero pedofilo, il Papa affonda il bisturi sull'altra piaga, quella avignonese, che ha prodotto anche di recente gli scandali finanziari nelle istituzioni della Chiesa romana. La logica dell'intervento è la stessa: contrastare le derive liquidando il sistema autarchico e omertoso che le aveva soccorse e occultate. Incidere allo stesso tempo sull'apparato della curia romana, contrassegnato da una struttura interna frammentata in corpi separati, non solo privi di spazi collegiali e sinergici orizzontali, ma anche dotati ciascuno di una propria autonomia di bilancio, con rischi di politiche finanziarie anarchiche, talora di abusi temporalistici, come è accaduto nei mesi scorsi per la Congregazione di "Propaganda Fide", ma anzitutto con i periodici cicloni morali sullo Ior.
D'ora in poi, tutte le Congregazioni della Curia Romana, gli organismi ed enti dipendenti dalla Santa Sede, inclusa la banca sono subordinati allo stretto controllo di una Autorità di Informazione Finanziaria, che il Papa ha dotato di pieni poteri e che deve rispondere unicamente al suo ufficio supremo, oltre che alle norme statutarie emanate contestualmente. Nonè solo l'epigrafe per l'immunità "ad extra" della Santa Sede (nei campi qui riguardati, ove siano suscettibili di copertura, magari per un'interpretazione estensiva del privilegio lateranense). È anche l'estinzione delle giurisdizioni separate interne nel governo centrale della Chiesa. Si può supporre che in virtù di queste misure Ratzinger abbia assicurato all'ufficio petrino migliori garanzie di sovranità e di controllo anche materiale sul sistema interno. Almeno per metterlo al riparo da sorprese simoniache poco gradevoli, nell'era di WikiLeaks.
Era accaduto a Pio XII di arrabbiarsi alla notizia che soldi del Vaticano erano andati in società che vendevano armi alla Cina comunista e che fabbricavano preservativi. Ed è acquisito, anche se resta un'impresa in parte da affrontare, che solo una profonda riforma potrebbe garantire alla Chiesa condizioni di indipendenza tali da assicurarle una reale immunità dalle catture, dirette o indirette, dei grandi poteri finanziari esterni.
Tuttavia va riconosciuto che le deliberazioni di Papa Benedetto sono un passo importante in questa direzione. Secondo Padre Federico Lombardi gli organismi del Vaticano grazie alle nuove normative «saranno meno vulnerabili al rischio costante che inevitabilmente si corre quando si maneggia denaro». Si può condividere il suo ottimismo, anche se sullo sfondo risuona il monito ben più esigente del Curato bernanosiano: «Sui sacchi di scudi Dio ha scritto: pericolo di morte». Per ora la Chiesa dovrà accontentarsi di sapere che chiunque entra o esce dallo Stato del Vaticano trasportando denaro contante oltre certi volumi è obbligato a dichiararne l'importo, l'origine, la destinazione. Che l'accesso dei politici agli istituti vaticani per scopi finanziari è sotto controllo. Che la storia dei traffici occulti e dei flussi di soldi tra trono e altare, tra mondo e quel "paradiso" dello Ior ove faccendieri tipo Michele Sindona, Roberto Calvi e Flavio Carboni avevano libero accesso, dovrebbe essere chiusa. Che lo Ior non potrà più essere usato come lavanderia di denaro sporco di origine mafiosa e altre operazioni illecite mascherate da opere di carità, come documentato da Nuzzi in " Vaticano Spa": un pugno sullo stomaco per la Chiesa, forse utile per farle ritrovare la via della conversione.
- GIANCARLO ZIZOLA