06 dicembre 2010 —
pagina 1
sezione: AFFARI FINANZA
Da una parte un presidente senza deleghe e con poteri limitati solo alla "direzione del traffico", più o meno come un vigile urbano. Dall' altra un "capo azienda" plenipotenziario che gode dell' appoggio degli azionisti. In un' altra società non ci sarebbe storia. Ma se la società in questione si chiama Generali, cioè di fatto la più importante multinazionale finanziaria che abbia l' Italia, e se il presidente si chiama Cesare Geronzi, be' , allora non ci si può stupire se sorgono dei problemi. Il conflitto sotterraneo ma sempre più evidente tra i due, cioè Geronzi da una parte e l' ad Giovanni Perissinotto dall' altra, è uno dei temi che più fanno discutere a Trieste.Non è un caso, visto che Generali, insieme a Mediobanca, è il principale crocevia della finanza italiana. Sono presenti nel board, otre che i rappresentanti di Mediobanca Nagel e Vinci, imprenditori come Leonardo Del Vecchio (Luxottica), Diego della Valle (Tod' s) e l' immobiliaristaeditore romano Francesco Gaetano Caltagirone, e Marco Drago di De Agostini (rappresentato da Lorenzo Pellicioli). I due non si sono mai amati sin dall' inizio, ma era quasi inevitabile. Geronzi arrivava in Generali spogliato delle deleghe che il suo predecessore Antoine Bernheim aveva conservato fino al giorno prima, proprio mentre Perissinotto veniva finalmente riconosciuto come indiscusso capoazienda. Inutile inoltre soffermarsi sui dati caratteriali: l' algido e asburgico Perissinotto da una parte, il "romano" Geronzi dall' altra. Tutto ciò non poteva non produrre un conflitto, tantopiù che Geronzi ama farsi considerare, novello Cuccia, come il grande vecchio della finanza italiana, colui che non ha certo bisogno di avere poteri formali per esercitare un potere reale. La partita fra i due non è però una sfida solitaria all' Ok Corral, ma avviene in uno scacchiere molto complesso, dove interagiscono diversi altri attori. Il punto di partenza è la riorganizzazione dell' azienda dopo l' utima assemblea dell' aprile scorso. La società di consulenza Boston Consulting Group ha studiato per mesi l' organizzazione del Leone di Trieste ed è arrivata, secondo le indiscrezioni apparse, ad alcune conclusioni: è preferibile avere un country manager per l' Italia, che rappresenta da sola il 30 per cento dei ricavi (ma il 40 in termini di utili), soprattutto dopo che Perissinotto è diventato un vero ceo a tutto campo; inoltre, è meglio che sia formalizzata la nomina di un chief investment officer. In effetti quest' ultima figura esiste già nella persona di Philippe Setbon, ma lui si occupa solo degli investimenti mobiliari e non di quelli immobilari: il progetto sarebbe dunque quello di creare un "cio" a 360 gradi. Per quanto riguarda il country manager, esiste comunque già un direttore generale (e cfo) nella persona di Raffaele Agrusti. Insomma, da molti punti di vista la nomina di un country manager e di un cio sarebbero solo la formalizzazione di funzioni che vengono già svolte, magari con la "promozione" delle stesse persone che le svolgono, ammesso che non vengano prese dall' esterno. Comunque, per la funzione di country manager, è in corso una ricerca da parte della società di consulenza Spencer Stuart. I nomi che si fanno sono quelli degli ex Greco Boys: Paolo Vagnone (ex Ras), Alessandro Santoliquido(ex GenialloydRas). Mentre la soluzione più gradita alla struttura interna è naturalmente quella Raffaele Agrusti. In questo grande rimescolamento di carte e di spezzettamento del potere (anche se non di quello centrale e fondamentale, che continuerebbe a far capo a Perissinotto), Geronzi punta a piazzare quanti più paletti possibile (lo ha detto proprio giovedì scorso che comunque vuole dire la sua sul country manager) con uomini se non proprio a lui devoti, almeno sensibili ai suoi desiderata. Il progetto di Geronzi è dunque quello di costruire col tempo una ragnatela di potereombra che sia in grado di condizionare quello che lui considera il troppo autonomo Perissinotto. Il quale, peraltro, da alcuni mesi, con la rivitalizzazione del Comitato esecutivo (che all' epoca di Bernheim c' era ma non si riuniva quasi mai) sente il fiato sul collo dei nuovi azionisti attenti alla gestione e alla redditività. Nello scontro sotterraneo con l' attuale capo azienda, Geronzi ha trovato ultimamente un inaspettato alleato nell' Isvap. È stato con malcelata soddisfazione - come ha riportato qualche giorno fa il sito Dagospia, prontamente e insolitamente ripreso dalla Reuters che il presidente di Generali ha letto nell' ultima riunione del cda dell' 11 novembre scorso una lettera dell' organo di vigilanza che chiedeva lumi sui poteri d' urgenza assegnati nell' ultima assemblea a Perissinotto (poteri che comunque non sono mai stati usati negli ultimi vent' anni da nessun ad). L' Isvap chiedeva inoltre di spiegare quale fossero le deleghe al ceo Perissinotto rispetto all' altro ad, Sergio Balbinot. Poi c' è il caso Kellner, il magnate ceko con cui Generali ha creato nel 2007 una joint venture assicurativa: l' organo di vigilanza ha chiesto spiegazioni sull' iter seguito dal Comitato esecutivo e dal cda dall' aprile al novembre del 2009 nel deliberare i rapporti con la jont venture con Kellner. In realtà si trattava di una sola operazione, e cioè la modifica degli accordi sull' eventuale scioglimento della joint venture. In particolare l' appunto riguardava l' iter procedurale seguito: poiché questo tipo di modifiche è di competenza del Consiglio, invece che del Comitato, è sembrato all' Isvap dai verbali esaminati che la discussione in consiglio d' amministrazione fosse stata troppo sbrigativa rispetto a quella del Comitato. L' iniziativa dell' Isvap, che pare rivolta a sollecitare i poteri di controllo degli azionisti e del board su questioni rilevanti, è finita a cascata su molta stampa insieme a un altro caso di cui l' Isvap in verità non era neppure a conoscenza, e cioè il fatto che lo scorso settembre fosse stata discussa in Comitato investimenti e poi accantonata senza neppure passare dal Comitato esecutivo una domanda dello stesso Kellner per la vendita di 300 milioni di immobili a Generali. In seguito, il board aveva recepito il regolamento della Consob sulle operazioni fra parti correlate rendendolo ancora più restrittivo, e dunque mettendo ulteriori paletti a deal fra l' azienda e gli azionisti. La richiesta di chiarimenti dell' Isvap è stata in certi articoli amplificata come se fosse un atto d' accusa nei confronti di Perissinotto, in altri invece minimizzata come una richiesta di routine dell' organo di controllo. Del resto, prima di inviare la richiesta, persino all' Isvap sembra si fossero posti la domanda se ciò non sarebbe stato sfruttato da qualcuno, anche se poi è stato deciso di procedere senza tener conto di questi risvolti. Inevitabile dunque che alcuni osservatori abbiano considerato comunque sospetta la tempistica. La guerra sotterranea fra Geronzi e Perissinotto continua. Ma gli azionisti, ben rappresentati nel Comitato esecutivo, sono più interessati ai risultati aziendali e a come Perissinotto userà i nuovi poteri per far finalmente svegliare il gigante che dorme. Venerdì 26 novembre Generali ha fatto agli analisti una disclosure sulla propria attività e sulla realizzabilità dei propri progetti considerata da alcuni di loro ben più penetrante ed esaustiva di quella di Axa e Allianz. Tutti contenti, gli analisti, ma il titolo non può decollare finché perdura la paura di un rischiopaese.
-
ADRIANO BONAFEDE