09 settembre 2010 —
pagina 4
sezione: POLITICA INTERNA
ROMA - Il premier Berlusconi batte la ritirata sul voto anticipato, poi anche sulla richiesta di dimissioni del presidente della Camera al Colle. E i finiani cantano vittoria. Pronti a votare i cinque punti in aula e a mandare avanti la legislatura e il governo. Ma alle loro condizioni. Gianfranco Fini si lascia scivolare addosso la richiesta di farsi da parte, formalizzata in conferenza dei capigruppo da Fabrizio Cicchitto: non replica nemmeno, non è la sede adatta, taglia corto. «Chiedano, chiedano pure» ironizzerà poi coi suoi, poco prima di salire sull' aereo che lo ha portato a Ottawa, dove sarà impegnato in missione da oggi a sabato. Parte sereno e piuttosto soddisfatto, raccontano, la terza carica dello Stato. Anche la decisione adottata in serata dall' ufficio di presidenza del Pdl, la convocazione dei finiani che ricoprono cariche locali di partito nel Pdl, non ha scosso più di tanto i «futuristi» coinvolti, da Menia a Raisi. Sull' altro fronte, il premier Berlusconi apre il grande risiko in Parlamento per conquistarsi la sopravvivenza nelle prossime tre settimane. Non è casuale il rinvio al 27 settembre del suo discorso a Montecitorio. Il presidente del Consiglio lavora alla costruzione di una maggioranza più ampia che non lo appenda agli umori di Gianfranco Fini. E intensifica perciò in queste ore il giro di contatti e telefonate con deputati spuri e di forze minori. Per tutti loro c' è la «candidatura certa» alla prossima tornata. Nella partita che porta al voto anticipato la Sicilia diventa strategica. Non più granaio sicuro di un tempo dopo la spaccatura nel Pdl. è lì che si gioca una sfida decisiva per la conquista della maggioranza al Senato. In mattinata il premier riceve il governatore Raffaele Lombardo. Chiede come si muoveranno intanto i suoi 5 deputati e 4 senatori, se voteranno ancora la fiducia. Il leader dell' Mpa gli risponde che per loro «le elezioni anticipate sono una iattura», che faranno quindi di tutto per evitarle. Dunque, «se i cinque punti rispetteranno il patto elettorale e gli impegni presi per il Sud, a cominciare dai 4,3 miliardi di fondi Fas, allora non avranno difficoltà a votarli». «Ma in caso di crisi - ha messo le mani avanti Lombardo - noi faremo di tutto perché non si vada al voto. E sappia che al voto non ci sarebbero più le condizioni per un' alleanza di centrodestra». Una conferma parziale delle voci insistenti in Sicilia che vorrebbero molto avviato un dialogo degli autonomisti con D' Alema e il Pd, già per altro consolidato nella giunta regionale. Ma per adesso il rapporto a doppio nodo Lombardo lo ha stretto soprattutto con Gianfranco Fini, che anche ieri avrebbe sentito. «La nostra posizione ricalca esattamente quella di Fli» spiega il senatore Mpa Giovanni Pistorio. E il finiano Granata: «L' ultimo sondaggio a nostra disposizione dice che un' alleanza tra noi, l' Mpa e i rutelliani otterrebbe il 33 per cento in Sicilia: potremmo già eleggere il governatore». Berlusconi punta su altri cavalli. Su Salvatore Cuffaro, per esempio. Senatore Udc piuttosto in rotta, che dal pellegrinaggio in Russia fa sapere che non intende «cambiare casacca», ma avverte Casini che non rimarrebbe «un solo istante nel partito se questo dovesse appoggiare o entrare in una coalizione di centrosinistra». Lui e i suoi fedelissimi diserteranno perciò la festa di partito a Chianciano. Musica per le orecchie attente del premier che non vorrebbe fare la fine di Prodi appeso ai voti di Turigliatto e Pallaro. Ecco allora che incassa in poche ore i 5 voti alla Camera e uno al Senato di Noi Sud di Adriana Poli Bortone. «Positiva l' azione del governo, che deve continuare» dice Arturo Iannaccone. E i tre liberaldemocratici: Daniela Melchiorre, Italo Tanoni e Maurizio Grassano. Contattati uno per uno, hanno risposto presente. Manciate di voti, per adesso. Troppo pochi per neutralizzare il peso dei finiani.
-
CARMELO LOPAPA