05 luglio 2010 —
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sezione: AFFARI FINANZA
Le privatizzazioni di questa stagione tremontiana ispirata al colbertismo hanno la sagoma smunta di due vecchi carrozzoni arrugginiti: quella dell' Alitalia e quella della Tirrenia. Niente di più. E non solo perché i mercati - si sa - non vanno proprio bene. Il 2009, infatti, nonostante la volatilità delle Borse, è stato nel mondo l' anno del boom delle privatizzazioni. Un exploit guidato, per la prima volta nella storia delle dismissioni, dagli Stati Uniti. La seconda parte della crisi ha rilanciato le privatizzazioni dopo la sbornia obbligata della pubblicizzazione.Soprattutto quella delle banche compromesse con i titoli tossici. Ne hanno beneficiato le finanze pubbliche dissanguatesi, in alcuni casi, per arginare il tracollo degli istituti di credito. Complessivamente i governi hanno incassato 184,30 miliardi di euro, un livello mai raggiunto negli ultimi vent' anni. In Italia non è accaduto perché le banche sono rimaste private, certo, ma anche per ragioni ideologiche. La stagione delle grandi privatizzazioni, quella che in quindici anni ha portato nelle casse pubbliche non meno di 120 miliardi di euro, è alle spalle. Alitalia e Tirrenia l' una conclusa, l' altra in corso sono, di fatto, due privatizzazioni senza mercato, senza gare, senza competizione. Due privatizzazioni nel segno della politica o del "capitalismo consociativo". La prima, addirittura realizzata in perdita per le casse statali se è vero, come è stato calcolato, che ha comportato un aggravio sulla finanza pubblica stimabile tra i 2,8 e i 4,4 miliardi di euro. E, paradosso per paradosso, per la vendita della Tirrenia, in un settore sufficientemente liberalizzato e dove i privati guadagnano, è rimasta in campo una sola cordata il cui partner prevalente è pubblico: la Regione Sicilia. Della serie privatizzazioni pubbliche. Ossimori. Se uno volesse ricercare le ragioni di questa fuoriuscita progressiva e silenziosa dell' Italia dai processi di privatizzazione (dal 1992 al 2007 ha fatto più di noi solo il Giappone) potrebbe andare, per esempio, al 12 ottobre dello scorso anno. Sede dell' Assolombarda, la più potente associazione territoriale della Confindustria. Davanti a una bella fetta di capitalisti che senza alcun dubbio hanno, con pochi rischi, molto beneficiato delle privatizzazioni dei gioielli pubblici dei primi anni Novanta, il ministro dell' Economia, Giulio Tremonti, è stato sferzante ma pure sincero. Decisamente antimercatista. Quella era la platea giusta: «Avete voluto il libero mercato, avete voluto spacchettare Enel, avete visto i risultati in bolletta, fantastici. Avete voluto privatizzare Telecom, ecco i risultati, le Autostrade... Vi do l' indirizzo, rivolgetevi agli ingegneri dell' industria e della finanza». E poi: «Una volta c' erano le Bin che magari avrebbero fatto diversamente e mi sembrava andassero molto bene». Con la rivalutazione della cosiddette banche di interesse nazionale (la Commerciale, il Credito, il Banco di Roma) è arrivata da lì a poco anche quella dell' Iri e, dulcis in fundo, quella della Cassa per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno. Un quadro ideologico che spiega bene, al di là del contesto globale, la ritrosia di questo governo a togliere le mani dall' economia. D' altra parte la vicenda delle fondazioni bancarie con i dichiarati appetiti della Lega, dopo il successo elettorale alle ultime amministrative, che vuole estendere il proprio potere nelle grandi e piccole banche del nord non ne è che la conferma. Al pari dei clamorosi passi indietro del centrodestra tutto, sul fronte delle liberalizzazioni, con la tentazione di cancellare le parafarmacie e di ripristinare il meccanismo corporativo delle tariffe minime per gli avvocati, ma non solo. «Così la parola privatizzazioni è diventata un tabù, una parolaccia», dice Bernardo Bortolotti, professore di Economia politica all' Università di Torino e direttore della Fondazione Enrico Mattei che ogni anno, in collaborazione con la Kpmg, redige un rapporto sulle privatizzazioni con un monitoraggio costante sulle dismissioni in tutto il mondo. «La colpa continua Bortolotti è delle visioni ideologiche di Tremonti da una parte e di Di Pietro dall' altra. Il primo vede le privatizzazioni come lo spettro del mercatismo; il secondo agita il pericolo della privatizzazione dell' acqua. Conclusione: non si può nemmeno pronunciare la parola privatizzazioni. Senza le quali, però, sarà molto difficile rientrare dall' esposizione debitoria, visto che l' unica alternativa è quella della crescita economica». La Corte dei Conti ha calcolato che senza le dismissioni del periodo 19922004 il debito italiano sarebbe schizzato già nel 2008 al 118 per cento del Pil, soglia che stiamo sfiorando in questa fase postrecessiva. Da vendere lo Stato italiano di cose ne ha ancora, escluso per ragioni strategiche largamente condivise che il Tesoro possa scendere sotto il 30 per cento in società come Eni, Enel e Finmeccanica. Ci sono, per esempio, le Poste, c' è la Rai, c' è la Rete ferroviaria (Rfi) controllata dalle Ferrovie dello Stato, c' è il Poligrafico dello Stato. Nel Rapporto 2010 sulla finanza pubblica del Mulino, Alberto Cavaliere ripropone alcune stime sui ricavi possibili derivanti da queste dismissioni. Si riferiscono al 2005, quindi prima della grande crisi, ma sono pur sempre indicative. Dunque dalla vendita del 70 per cento di Rai, Poligrafico e FintecnaImmobili si sarebbe incassato un miliardo circa per ciascun asset. Nel caso di Tirrenia e Fincantieri gli importi stimati erano pari a 500 milioni per impresa. Dalla vendita del 50 per cento delle Poste, infine, l' incasso potenziale era di circa 4 miliardi di euro. Alla fine non meno di 8 miliardi di euro da dirottare alla riduzione del debito. Come stanno facendo in tanti nel mondo. Ma si potrebbero mettere davvero in vendita quelle aziende o almeno parte di esse? «In teoria sì risponde Carlo Scarpa, docente di Economia a Brescia, collaboratore del sito www. lavoce. info in pratica la vedo piuttosto difficile. Perché, da una parte, non è questo il momento migliore per andare sul mercato, e, dall' altra, questa non è una destra liberista, visto che non crede nel mercato». Più che la Rai, sulla quale pesano logiche e veti politici decisamente prevalenti rispetto a quelli economici, è sulle Poste e sulla rete ferroviaria che ci si potrebbe concentrare. Dal primo gennaio 2011 parte la liberalizzazione del servizio postale imposto da Bruxelles. «In ogni caso, prima della eventuale privatizzazione delle Poste ragiona Scarpa ci sono due aspetti importanti da affrontare: rendere più efficiente il servizio postale vero e proprio perché questo mi appare ancora come un vecchio baraccone; e poi definire con chiarezza il confine tra servizi postali in senso stretto e gli altri di natura finanziaria e telefonici. I servizi non postali sono quelli redditizi ma lo sono anche grazie alla capillarità territoriale delle Poste. Insomma ci sono i presupposti teorici per una possibile privatizzazione ma diversi problemi da risolvere prima». Sulla teorica privatizzazione della rete ferroviaria si è anche cominciato a ragione nelle stanze del dicastero di Via XX Settembre. Lo schema è quello che ha portato a Terna per il settore elettrico e a Snam per quello del gas, con la distinzione tra la rete di distribuzione e i produttori. «Certo secondo Scarpa se Rfi uscisse dal perimetro delle decisioni politiche per entrare in quelle dettate dall' economicità cambierebbero molte cose. Per esempio le Ferrovie non "potrebbero" più partecipare a progetti faraonici e antieconomici come quello per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina». Perché l' altra faccia delle privatizzazioni sostiene Scarpa è costituito proprio dal «rispetto del denaro pubblico». Ma è la politica, in questa stagione, che non ha alcuna voglia di fare un passo indietro. A livello centrale come a livello locale. Perché tante risorse, al pari di tariffe più basse, si potrebbero ricavare dalla privatizzazione di quel migliaio almeno di imprese locali municipalizzate, con oltre 250 mila dipendenti e un giro d' affari calcolato intorno ai 43 miliardi di euro, che danno vita al nostro "capitalismo municipale". Qui c' è un vero bottino, senza concorrenza. Che nessuno, appunto, vuole mollare.
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ROBERTO MANIA