ARCHIVIO LA REPUBBLICA DAL 1984

Giulio e Gianfranco, la tregua aspettando i soldi dello scudo

CAPRI - Caro Gianfranco, caro Giulio. Così si è sopito educatamente ieri al sole di Capri in un plateale armistizio il duello tra i due aspiranti delfini del leader massimo. Gianfranco Fini nei panni di John Maynard Keynes e Giulio Tremonti in quelli più stretti di Quintino Sella o, a piacere, di Adam Smith o Friedrich von Hayek, che di volta in volta il ministro dell' Economia indossa con colta e immaginifica disinvoltura. Tutto in un reciproco buonismo "africanologo" come quello dispensato poche ore prima al convegno dei giovani industriali da Walter Veltroni, e certificato dopo il rito d' assemblea in un incontro a quattr' occhi dei delfini secretato in un riservato meandro dell' hotel Quisisana. Persino Bobo Maroni, di fronte a una platea nutrita soprattutto di odio teologico per l' Irap e del tutto ignara delle sottigliezze diplomatiche dell' evento, aveva ratificato agli juniores confindustriali il nullaosta alla candidatura di Massimo D' Alemaa ministro degli Esteri dell' Unione europea. Se con la segreteria democrat di Pierluigi Bersani si apre davvero una nuova fase, è d' obbligo che i due delfini della destra cessino le ostilità che sembravano riprodurre i tragici eventi del 2004, quando Fini in Consiglio dei ministri pronunciò il noto anatema: «O lui o io». Lui, Tremonti, andò a casa tra i monti per poi rientrare ricco e spietato come il conte di Montecristo. Stavolta il presidente della Camera non era arrivato al motto alternativo senza scampo. Ma aveva avvertito che non c' era «nessuna ragione» per cui Tremonti fosse nominato vicepremier, come chiedeva. Tanto più che nessuno come lui dispone attualmente delle leve del potere di fatto, con il possesso della cassa e negando a chiunque qualunque copertura finanziaria, al punto da svuotare col suo dispotismo le funzioni democratiche del parlamento, fino a renderlo un' aula sorda e grigia, così deprivata delle sue funzioni propositive e legislative. Tanto da dover sospendere l' attività, chiudendo per una "settimana bianca" in mancanza di lavoro per aula e commissioni. Più fine e istituzionale del «lui o io», stavolta l' ex vicepresidente del Consiglio e attuale presidente della Camera, dichiarandoa rischio la democrazia parlamentare, sembra aver vinto per il momento la partita col delfino nuotatore più scattante. Fini, combattuto "homme qui cherche" (copyright Ernesto Galli della Loggia), «il compagno Gianfranco», come lo dileggiano gli uomini del Pdl che lui ha faticosamente traghettato verso il potere, si dibatte non tanto tra destra e sinistra, ma tra populismo e elitismo, tra individualismo e statalismo, tra modernità e arcaismi, forse verso una destra nuova. Mentre il delfino più smaliziato naviga tra la definizione di Mediterraneo dell' Enciclopedia Britannica, Claude Braudel e i merluzzi del Baltico che designano la dimensione nordica della questione mediterranea e del sud d' Italia. Perché l' unità d' Italia si è fatta male con le baionette e poi ha consegnato il meridione ai «cattivi maestri». Va letto in controluce il duello appena forse sopito tra i due delfini, che ha colto un po' stralunati gli juniores di Confindustria, avvelenati di Irap: l' uno, Fini, si chiede cos' è un cinico e si risponde con Oscar Wilde che è uno che sa il prezzo di tutte le cose ma non il loro valore. L' altro, ironicamente autofustigandosi, replica che la «grettezza» è tipica dei ministri dell' Economia come lui, soprattutto quelli che siedono a via XX Settembre dietro alla scrivania che fu di Quintino Sella. La platea non coglie affatto le sfumature di polemica soft, mai così pochi applausi come questa volta. Berlusconi, che sa solo cantarle chiare, non c' è («Meno male che Silvio non c' è», sospirano gli spin doctor di Emma Marcegaglia e Federica Guidi) e fa sapere da lontano, per la felicità dei delfini apparentemente pacificati, che lui non molla neanche se lo condannano all' ergastolo. Se vogliamo paragonarlo a un match tra i delfini, stavolta Fini vince per abbandono. L' avversario ha appena siglato il «patto dell' arrosto» con i nemici banchieri, si è beccato il niet del "compagno" Gianfranco, l' homme qui cherce, per la vicepresidenza del Consiglio in cambio del comando su una improbabile cabina di regia, e una condanna della "paura" da lui stesso evocata nel best seller che di "speranza" ne esibiva poca nella logica di un' Europa rattrappita. Sciamano delusi i senior e gli juniores che si aspettavano la definitiva condanna della mostruosa Irap. Gli tocca ascoltare una vaga citazione di Peter Bauer, già usata dalla Guidi, sul flusso di aiuti ai paesi poveri che toglie denaro ai poveri dei paesi ricchi per darlo ai ricchi dei paesi poveri, più le solite contorsioni sul federalismo. Declama Tremonti che l' istituzione delle regioni in Italia è stata una sciagura, un fattore di arretramento di tutto il paese, consegnato a cacicchi e cacicchini locali (Bassolino, che docet, ha parlato venerdì agli incliti giovani), alla genia degli assessori, disperdendo l' asse di potere tra centro e periferia, con una periferia divenuta centro di sé stessa, mentre lo Stato dovrebbe fare lo Stato. Ma che ne ricava il superministro? Che se ne esce soltanto con un federalismo spinto, compiuto come vuole la Lega. Che tocca fare per tenere insieme Quintino Sella, Adam Smith, Berlusconi e Umberto Bossi. Poi c' è la Banca del Sud: pochi soldi pubblici, non l' ennesimo carrozzone ma tanti privati efficienti che accorrono. Accorrono? Ma se la borghesia meridionale è capace di fare le banche, come fu quella del nord con l' imperatrice d' Austria e la Cariplo, perché le cento banche che avevano nel sud non ci sono più? Fini francamente non riscatta la banalità delle condizioni d' armistzio: fondi della ricerca al sud d' Italia, proclama come ricetta prodromica al ponte verso il Mediterraneo del sud. Sembra di tornare all' antichità della prima repubblica quando Claudio Signorile prospettava qualcosa del genere. Tornano sempre i socialisti, a destra e a manca, a complicare la vita. Gli elicotteri prelevano finalmente da Capri i delfini rissosi dopo la sigla dell' armistizio (?) nelle segrete dell' hotel. Ma quanto durerà, se l' aspirante despota dell' economia non ricaverà almeno otto o dieci miliardi di euro dello scudo fiscale da spendere per tener buone le debordanti truppe keynesiane del compagno Gianfranco? a. statera@repubblica. it - ALBERTO STATERA