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Una riforma-lampo per liberare la rai

Fino a prova contraria, nessuno può attribuire all' elezione bipartisan di Sergio Zavoli alla presidenza della Commissione parlamentare di Vigilanza il significato di un voto di scambio, cioè di un accordo sottobanco tra maggioranza e opposizione per chissà quali altri scopi o interessi: la spartizione del prossimo Consiglio di amministrazione della Rai o delle nomine ai vertici delle reti e delle testate giornalistiche; o magari lo sbarramento al 4% per le elezioni europee. Bisognava uscire dall' impasse in cui il Parlamento s' era arenato, dopo il veto del centrodestra alla candidatura di Leoluca Orlando (Italia dei Valori) a cui aveva fatto seguito l' investitura a sorpresa e poi la destituzione del senatore Riccardo Villari. E il nome di Zavoli, già caposcuola di giornalismo televisivo e poi presidente dell' azienda di Stato, rappresenta senz' altro la migliore soluzione possibile, una garanzia di esperienza e di equilibrio per tutti. Ma al di là della sua persona e della sua figura, il valore di questa elezione si potrà misurare proprio dalla composizione del nuovo Cda e quindi dalla scelta dei nuovi direttori delle reti e dei telegiornali. Verificheremo in quel momento se l' investitura trasversale di Zavoli avrà segnato una svolta nella gestione della tv pubblica oppure un ulteriore arretramento in quella pratica di lottizzazione fra i partiti che ha prodotto l' occupazione sistematica della Rai, la sua cronica sudditanza alla politica e quindi la sua subalternità al governo in carica. Lo stesso esercizio della Vigilanza, da parte del Parlamento, non può che fondarsi sull' autonomia dell' ente vigilato nell' ambito delle sue funzioni istituzionali e delle regole che disciplinano il servizio pubblico. Sarebbe certamente più opportuno e proficuo se l' accordo sulla nomina di Zavoli favorisse quella riforma della Rai che il centrosinistra invoca da tempo, dopo l' approvazione dell' infausta legge imposta dal centrodestra e firmata dall' ex ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri. Magari una riforma-lampo sulla "governance" dell' azienda, sul suo assetto e sulla sua struttura, come quella presentata ieri dal ministro-ombra del Pd, Giovanna Melandri, per liberare finalmente il servizio pubblico dall' inefficienza e dalla partitocrazia e affidarne la gestione a un amministratore delegato, come aveva proposto già nel suo programma elettorale il leader del Partito democratico, Walter Veltroni. A parte le contestazioni rivolte dall' Unione europea alla legge Gasparri, era stato del resto lo stesso presidente dell' Autorità sulle Comunicazioni, Corrado Calabrò, a sollecitare una riforma in tempi brevi nella sua ultima relazione annuale al Parlamento. E comunque, entro febbraio, la Corte costituzionale dovrà pronunciarsi sul "caso Petroni", il consigliere di amministrazione designato dal Tesoro nella precedente legislatura del centrodestra e poi revocato dal centrosinistra, sindacando la legittimità di un' investitura diretta del governo. C' è più di un motivo, dunque, per riformare la "governance" della Rai, secondo la proposta del Pd e ci sarà modo anche per verificare il sospetto di un accordo sottobanco, già stipulato e sottoscritto dai rispettivi plenipotenziari sul nuovo vertice dell' azienda. Ma il meglio - come dice la saggezza popolare - è nemico del bene. E allora, se il centrodestra si ostinasse a rifiutare la riforma-lampo, sarebbe auspicabile almeno che la scelta dei prossimi consiglieri di amministrazione, del presidente e del direttore generale corrispondesse comunque ai requisiti «di indiscussa moralità e indipendenza, di comprovata professionalità e competenza» indicati nel progetto del Pd: in particolare, per quanto riguarda l' incompatibilità con incarichi politici o di governo ricoperti negli ultimi due anni. Ciò che notoriamente non è accaduto nella scorsa tornata, quando il centrosinistra ha candidato ex parlamentari, ex dirigenti di partito o direttori ed ex direttori dei suoi giornali di partito, partecipando con il centrodestra alla più smaccata spartizione nella storia della Rai. Può darsi pure che abbia ragione chi parla di vecchie satrapie ovvero, come si legge perfino nel Piano editoriale della direzione generale, di "rendite di posizione" all' interno del servizio pubblico, tanto estese quanto difficili da sradicare. E il riferimento è diretto anche ai vari conduttori dei talk-show che fanno il bello e il cattivo tempo, non rispondono a nessuno e spesso si appellano direttamente all' opinione pubblica, o meglio al popolo dei telespettatori, per difendersi dalle critiche o dai richiami. L' ultimo esempio, in ordine di tempo, è quello di Michele Santoro che - sanzionato dall' Autorità sulle Comunicazioni per una trasmissione in cui sono state usate, a suo giudizio, «espressioni offensive e perciò lesive dell' onorabilità e della dignità della persona» nei confronti del presidente della Repubblica - ha reagito malamente, insultando in blocco i componenti della medesima Authority. è proprio qui, dunque, che la nuova Commissione di Vigilanza è chiamata a vigilare: sulle decisioni del Consiglio di amministrazione, sul comportamento dei dipendenti o collaboratori nell' esercizio delle loro mansioni e più in generale sulla gestione dell' informazione e degli approfondimenti giornalistici. Fino a quando il Parlamento sarà - per così dire - l' editore della Rai, il compito di indirizzo e di controllo spetta al presidente Zavoli e ai suoi commissari, al di là della logica di appartenenza e degli schieramenti politici. La difesa del servizio pubblico non è competenza esclusiva né della destra né della sinistra. La maggioranza, dopo aver bocciato la candidatura di Orlando alla guida della Vigilanza, non può pretendere ora di imporre ai vertici della Rai uomini o donne che provengono dalle sue file, dalle stanze di palazzo Chigi o peggio ancora dalle aziende del presidente del Consiglio. E l' opposizione meno che mai può accettarle: meglio, allora, dissociare chiaramente le proprie responsabilità, togliendo qualsiasi alibi o copertura al centrodestra. (sabatorepubblica. it) - GIOVANNI VALENTINI