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Conclave sulla rai spartizione a oltranza

Sono passati quasi vent' anni da quando Walter Veltroni, come si legge nel libro citato qui sopra, assunse pubblicamente l' impegno di garantire autonomia e indipendenza alla Rai, invocando per il nostro disservizio pubblico televisivo "il tempo delle regole certe". Con buona pace del leader del Pd, quel tempo purtroppo non è ancora arrivato, le regole attualmente in vigore sulla tv di Stato non sono affatto sufficienti né tantomeno certe. E oggi assistiamo a questa indecorosa pantomima, con la Commissione parlamentare di Vigilanza che dopo quindici sedute non riesce a eleggere il suo presidente e quindi non può nominare il nuovo consiglio di amministrazione della Rai che a sua volta deve nominare il nuovo presidente, per l' ostruzionismo del centrodestra che ha fatto sistematicamente mancare il numero legale ponendo un veto tanto ingiustificato quanto strumentale contro la candidatura di Leoluca Orlando. Più che di una convocazione a oltranza, decisa "pro forma" dai presidenti delle due Camere per richiamare i parlamentari della maggioranza al loro dovere, qui bisognerebbe parlare in realtà di una spartizione a oltranza: nel senso che intorno al tavolo della tv maggioranza e opposizione stanno disputando la solita partita delle poltrone e poltroncine, scambiandosi i posti come le figurine dei calciatori. Ma in gioco non c' è soltanto la Rai, la presidenza di viale Mazzini in cambio di quella della Vigilanza, con gli altri consiglieri di amministrazione e quindi il direttore generale. C' è perfino la rotazione alla Corte costituzionale, dove il centrodestra vuole piazzare l' ex avvocato Gaetano Pecorella e il centrosinistra l' ex presidente della Camera, Luciano Violante. In attesa della fatidica fumata bianca, mentre è ancora in corso il conclave sulla Rai, converrà allora fissare alcuni punti fondamentali per evitare che la vicenda degeneri ulteriormente nell' indecenza e nel ridicolo. E intanto bisogna riconoscere al ministro-ombra del Pd per le Comunicazioni, Giovanna Melandri, il merito principale di aver riportato la questione sui binari della correttezza e della trasparenza, anche contro certe tendenze al compromesso o all' inciucio diffuse all' interno del suo stesso partito. Non è certamente attraverso gli accordi fra i plenipotenziari di una parte e dell' altra che si può pensare di rilanciare il servizio pubblico radiotelevisivo, garantendo appunto la sua autonomia e la sua indipendenza rispetto al potere politico. Qui non si tratta tanto di discutere sui nomi o sulle persone. Quanto di ridefinire innanzitutto il ruolo della televisione di Stato, il suo assetto e la sua "governance". E su questa base, procedere poi alla scelta dei nuovi dirigenti: magari fuori dalla cerchia ristretta degli ex dipendenti di Mediaset o della Mondadori, se non altro per un minimo di stile e di buon gusto. Diciamo, per usare un eufemismo, che i reduci berlusconiani non sono i migliori candidati alla guida di un' azienda pubblica in competizione diretta con quella privata del capo del governo. Il primo impegno comune, dunque, dovrebbe essere quello di concordare rapidamente una riforma della Rai per sottrarla al controllo più o meno diretto dei partiti. Questo è ciò che reclamano i cittadini, telespettatori e abbonati. E questo è ciò che serve in primo luogo al servizio pubblico per assolvere effettivamente alla sua funzione istituzionale: altrimenti, non ha senso pagare il canone per foraggiare una tv che prende ordini da palazzo Chigi, dalle segreterie dei partiti o peggio ancora dalle segreterie delle segreterie dei partiti, nelle cui casse finiscono già i finanziamenti o rimborsi elettorali. Se il centrodestra per calcolo o per miopia non è disponibile a un confronto alla luce del sole su questo punto, non c' è alcuno spazio per il dialogo. All' opposizione spetta per prassi la presidenza della Commissione di Vigilanza e non si vede perché il centrosinistra dovrebbe cambiare candidato dopo che in passato, a ruoli invertiti, ha dovuto accettare l' elezione di personaggi controversi e discutibili come per esempio Francesco Storace. Qualsiasi ipotesi o tentazione di scambio con la presidenza della Rai implicherebbe una doppia rinuncia: da un lato, alla riforma della "governance" e dall' altro all' insediamento di una figura "super partes" al vertice di viale Mazzini. In base alla famigerata legge Gasparri, infatti, la nomina del presidente della Rai dev' essere approvata dai due terzi della Vigilanza e fino a quando questa non sceglierà il proprio presidente il centrosinistra avrà la maggioranza nel vecchio Cda, dopo l' uscita del consigliere Gennaro Malgieri eletto in Parlamento nel Pdl. Non ha torto in questa temperie l' ex presidente Cossiga a protestare contro la "stupefacente e scandalosa" partecipazione di Margherita Granbassi, fiorettista olimpica e maresciallo dei Carabinieri, alla trasmissione "Anno zero" su Rai Due. è un' offesa alla dignità dell' Arma e anche all' immagine dello sport. Ma non è un caso che un episodio del genere accada proprio su una rete del servizio pubblico, nella confusione generale dei ruoli e delle responsabilità. In divisa, in tuta azzurra o in "abbigliamento indecoroso" davanti alle telecamere, come dice Cossiga, non c' è più differenza: l' obiettivo, comunque, è quello di fare spettacolo. Per la tv pubblica come per quella commerciale. (sabatorepubblica. it) - GIOVANNI VALENTINI