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Una guida rosa per Confindustria Emma alla sfida del centenario

Louis Bonnefon Craponne, l' industriale della seta che il 5 maggio 1910 fu eletto primo presidente della Confindustria appena costituita a Torino in via Monte di Pietà, mai avrebbe potuto vaticinare che novantotto anni dopo al suo posto sarebbe assurta una donna. E ancor meno che in vista del secolo di vita dell' organizzazione degli imprenditori, tra poco più di due anni, una schiera sempre più vasta di associati tosati da un apparato faraonico e costoso, afflitti da una "governance", come oggi si dice, barocca, oligarchica e assai poco schumpeterianamente innovatrice si sarebbe chiesta: a che serve più questa Confindustria? Qual è la sua missione? Non converrà magari scioglierla? Non sarà meglio sbaraccare la struttura giurassica, archiviare questa dea Kalì (copyright Alessandro Riello) dalle mille braccia che non conosce più i bisogni dei suoi stessi «beneficial owners»? Emma Marcegaglia è la donna che i Tre Saggi indicheranno - sembra scontato - alla tarda successione di Louis nella poltrona che in quasi un secolo ha accolto personaggi come Angelo Costa, Gianni Agnelli, Guido Carli. La borghesia è un po' stanca, di Agnelli non ne nascono più e ad ogni scadenza del mandato presidenziale un cerimoniale in buona parte sotterraneo comincia a dispiegarsi per scovare il candidato che soddisfi il maggior numero di braccia della Dea: gli industriali del Nord, quelli del Sud, i «confindustriali» (copyright Pietro Marzotto) che hanno fatto carriera più nel palazzo che nelle fabbriche, i piccoli, i medi, i grandi, gli eredi dei boiardi di Stato, i banchieri, i finanzieri, i conservatori illuminati, i conservatori tout court, i rispettivi terminali politici, i progressisti, i lobbisti, la burocrazia interna, potente al centro e spesso potentissima in periferia, una periferia coperta a tappeto di associazioni secondo uno schema che sembra clonare quello vituperato degli inutili enti-Provincia. Emma è giovane, bella, coriacea, testarda, quando vuole trapanante come un Black&Decker, calca i piani alti confindustriali oltre che delle aziende di famiglia da più di un decennio, quando era una ragazza sulla soglia dei trent' anni. Ma soprattutto è moderatamente trasversale. E' fuori ma sostanzialmente intrinseca alla Capri Connection, incarnata da Diego Della Valle, Luigi Abete, dallo stesso Luca di Montezemolo. Ha avuto l' assist di Vittorio Merloni, che ha preceduto il ritiro dalla corsa presidenziale di Alberto Bombassei. E stimata da Paolo Scaroni, da Marco Tronchetti Provera, da Carlo Pesenti. Ha dalla sua Diana Bracco con l' Assolombarda e Fedele Confalonieri, che, se avesse voluto, poteva ostacolarla, ma generosamente ha lanciato un «largo ai giovani», perché lui - ha mentito - ormai troppo in là con gli anni si sente pronto per la Baggina. Dialoga con Massimo D' Alema e anche con Walter Veltroni, con Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini. Con Antonio D' Amato si scontrò nell' era pre-Montezemolo e Cesare Romiti, con tanti altri che la voteranno ma che coltivano il dubbio, pensa che la ragazza sia un po' "leggera" per l' incombenza. E questo è esattamente il punto: la sfida del centenario che dovrà portare le scelte per utilmente sopravvivere, ciò che molti lustri fa mise a dura prova persino Leopoldo Pirelli con il suo famoso «Rapporto». Rinnovarsi o morire. Sarà adeguata Emma alla sfida che Luca Montezemolo ha scavallato in suplesse, nonostante il colpo apoplettico di Vicenza? Quando Silvio Berlusconi sciatalgico saltò sul palco per urlare: ragazzo tu non conti niente, gli imprenditori del Nord sono altro, io so cos' hanno veramente nell' anima, non voi inutili signorini di viale dell' Astronomia. Regnava ancora D' Amato il Masaniello, come lo definì Romiti, quando Francesco Giavazzi, che si diverte sempre a remare verso la sorgente del fiume, lanciò la sua provocazione: non c' è in America, non c' è in Inghilterra, perché dovremmo averla noi? Perciò, chiudiamo la Confindustria. Passati sette anni, il paradosso giavazziano ha fatto strada. «Ci apprestiamo per l' ennesima volta ad eleggere un venditore di scatole vuote, come dissi personalmente a Montezemolo quando votai per lui», ci confida nell' anonimato un imprenditore importante che vede ormai nella Confindustria quasi un inutile «principato», un retaggio medievale. I sindacati, almeno, hanno lo scopo di portare ogni tanto i lavoratori in piazza. Ma la Confindustria che scopo ha? Ai tempi di Costa, complice la Fiat di Vittorio Valletta, serviva a finanziare i partiti: Saragat, Malagodi, la Diccì. Ma oggi? Per sopravvivere finanziariamente ha dovuto associare gli ex monopoli pubblici, le Poste, le Ferrovie, l' Eni, l' Enel, che con la Fiat rappresentano la metà del bilancio, 500 milioni l' anno o su di lì. Un ircocervo questa Confindustria, uno strano corpo che che tiene insieme realtà e interessi diversi. «Defocalizzazione» la chiama Riccardo Illy, imprenditore del caffè e politico, figlio di Ernesto, «saggio» confindustriale. Defocalizzazione della missione, perché gli industriali del Nordest e anche del Nordovest, del Centro e del Sud, all' Enel pagano bollette troppo salate, alle Ferrovie le inefficienze, alle banche un signoraggio incontrastato, alla Confindustria ricche quote in cambio di servizi spesso inutili. E «Il Sole-24 Ore» lo comprano qualche volta in edicola, non in Borsa. Un coagulo improprio di interessi spesso contrastanti, la coabitazione di cose diverse. Che c' entra l' Eni con l' azienda di prima generazione di Montebelluna o di Nola che ha scoperto un business magari nel Sud dell' India, dove ogni tanto per ventiquattro ore si presentano delegazioni di potenti e i loro cari a osservare il folklore locale, ma nessuno l' assiste? «Se devo pagare un consulente che mi aiuti nel Vietnam o in Croazia - dice uno di loro - perché dovrei continuare a pagare Confindustria, che non mi dà i servizi che mi servono, ma è una passerella per i suoi professionisti, che poi magari finiscono leader politici?» «Lì nel palazzo di vetro di Roma e nelle Associazioni provinciali - riassume Mario Carraro, ex presidente della Confindustria veneta e grande fustigatore della burocrazia confindustriale - è come se si svolgesse un confronto quotidiano di poteri reali o presunti, senza visione futura, senza utilità quotidiana per le imprese dinamiche che vanno e rischiano, in un antico e inutile stereotipo di controfaccia del sindacato. Sembra La degenerazione di un partito politico». La Emma che alcuni, pur suoi futuri elettori, poco signorilmente definiscono una «seconda scelta» almeno rispetto ai tempi eroici di Costa, Agnelli e Carli, sarà capace di cogliere nell' imminenza del centenario i nuovi bisogni, scevri di burocrazia, di politicume nazionale e di politicume «intra moenia»? Alessandro Profumo, il banchiere che viene accreditato di maggiore capacità di visione, ha già i suoi guai, soprattutto da quando siede vicino a Cesare Geronzi dopo la fusione con Capitalia, ma ha capito che la modernizzazione di tutto il sistema passa anche attraverso l' identità della più importante organizzazione imprenditoriale. Abolirla? Riformarla veramente? Per questo ha promosso un think-tank chiamato «Terzopiano», con lo scopo di contrastare la «marginalizzazione del ruolo delle organizzazioni rappresentative degli interessi», chiamate sempre più spesso a fornire rimedi a posteriori. «Terzopiano» è il piano in cui un tempo si conservavano raccolti e mercanzie. Va salvata la mercanzia confindustriale? Sì - dicono i più - se Emma, cui non va augurata un' elezione troppo bulgara, saprà essere il presidente del centenario, se riuscirà a scegliere una volta per tutte: una Confindustria onnivora, con dentro tutti i datori di lavoro, pubblici, privati, Ferrovie, Poste, banche, commercianti, agricoltori, come il Patronat francese, o una Confindustria capace di creare reti di servizi per le imprese industriali, quelle vere? Non un «blob» indistinto, ma un club dei migliori dell' industria. Pena ambiguità e tensioni nella politica «interna», ambizioni e conflitti, che lasciano sul campo più che tanti "industriali" tanti "confindustriali", politici più che imprenditori, come direbbe Pietro Marzotto. Montezemolo ha forse fatto più del dover suo nelle condizioni date, ma perché mai, concluso il mandato, il presidente della Fiat e della Ferrari è costretto a mettere in piedi una Fondazione, lo strumento classico di attesa per chi non sa bene cosa farà in politica? Emma Marcegaglia, una donna, tra poche settimane, salvo imprevisti, se vorrà e se sarà capace, avrà l' occasione di imprimere alla creatura di quel piccolo setaiolo di origine francese trapiantato cent' anni fa a Torino il dimenticato, schumpeteriano "impulso virile". - ALBERTO STATERA