03 dicembre 2007 —
pagina 21
sezione: AFFARI FINANZA
A Roma ci credono ancora. Sono in attesa che da Bologna arrivi la telefonata che dia il via alla ripresa dei colloqui. E che porti alla nascita del terzo gruppo italiano per capitalizzazione di Borsa nel settore delle utility dopo Enel e alle spalle del conglomerato lombardo nato dall' incrocio tra Edison, Aem Milano e Asm Brescia. Nonostante l' impegno per il nuovo piano industriale e le conferme dei piani di espansione nel business dell' acqua, ai vertici di Acea il sogno rimane sempre quello: allearsi con Hera Bologna e dar vita a un' azienda di pubblici servizi che faccia da aggregante per tutte le ex municipalizzate del centro Italia. Il primo tentativo, a cavallo tra la primavera e l' estate, non è andato a buon fine. Nonostante ci fosse già l' accordo politico tra i sindaci Walter Veltroni e Sergio Cofferati. Non solo: l' alleanza sull' asse RomaBologna avrebbe potuto mettere un piede anche nelle ricche regione del Nord, avendo proposto di allargare il capitale della nuova società anche a Iride, la società che dall' ottobre del 2006 ha messo insieme le ex municipalizzate di Torino e Genova. Con tanto di studio di Unicredit, consulente del sindaco Cofferati, a dimostrare la bontà di un aggregazione industriale a tre: un piccolo colosso che avrebbe avuto a Piazza Affari una capitalizzazione da 8,4 miliardi contro gli 8 di MilanoBrescia. Ma il piano non ha funzionato. Prima si è sfilata Iride. A Roma c' è chi sostiene che è perché l' azienda del Nord non voleva avere un peso inferiore nel capitale (il 18,5% a Roma e Bologna, solo il 13,6 a TorinoGenova, secondo il dossier degli advisor). Nei capoluoghi ligure e piemontese, invece, si sostiene che avrebbe più senso industriale un' altra alleanza a tre: quella di Iride con Enia (Piacenza, Parma e Reggio) e con Hera. O in alternativa con A2A, così come si chiamerà dal primo gennaio 2008 la società nata dalla fusione tra Aem e Asm. Lo sfilarsi di Iride, però, non sembra preoccupare più di tanto il presidente Fabiano Fabiani e i suoi. La partita, secondo fonti finanziarie vicine alla società, potrebbe presto riaprirsi. Quando? Non appena Cofferati darà ad intendere di aver risolto i problemi politici all' interno del patto di sindacato di Hera. Sarebbero stati proprio i malumori tra i soci minori a fermare i colloqui già in atto tra i vertici delle società e gli advisor. E lo si può capire: Hera è nata da una serie successive di aggregazioni tra i comuni emiliani e romagnoli, e la sua governance si regge su equilibri complessi. Il rischio come la fusione con Acea è un peso preponderante dei due comuni più grandi (e di Roma in particolare) nella nuova compagine. C' è poi una corrente di pensiero che vorrebbe i manager bolognesi guidati da Tomaso Tommasi più orientati verso Iride. Ma la linea della società è che verrà scelta la strada industrialmente più valida. Nell' attesa che il telefono squilli da Bologna, nella capitale si prosegue sulla strada del rilancio della società, come ha anticipato almeno in parte il piano industriale recentemente approvato che vale per il prossimo quinquennio. La crescita non riguarderà solo i numeri: il margine operativo lordo passerà dai 611 milioni del 2008 agli 858 milioni del 2013, mentre l' utile netto di gruppo (prima delle attribuzioni a terzi) è destinato a raddoppiare da 152 a 292 milioni. Risultati che si vogliono ottenere muovendosi su quattro fronti. Il primo riguarda «la modifica del portafoglio business» grazie all' ingresso di Acea nella termovalorizzazione. Il secondo campo di azione sarà la vendita del gas, di cui si vogliono aumentare i volumi, mentre il terzo sarà il miglioramento dell' efficienza operativa nella distribuzione elettrica. C' è poi il quarto caposaldo della strategia di crescita di Acea, che è «il consolidamento della leadership nel settore idrico»: oggi la società di Roma controlla il 14% della quota di mercato in Italia. E non solo quella, secondo l' Antitrust. L' Authority il 21 novembre ha deliberato che Acea e Suez Environment numero uno e due del settore hanno messo in atto «un' intesa restrittiva della concorrenza nel mercato nazionale della gestione dei servizi idrici» e ha condannato le due società al pagamento di sanzioni rispettivamente per 8,3 e 3 milioni di euro. Secondo l' autorità l' intesa «ha condizionato l' esito di quasi un quarto delle gare per la gestione dei servizi idrici realizzatesi a livello nazionale oltre ad incidere significativamente su altre procedure di gara poi aggiudicate ad altri soggetti, proprio nella fase di apertura alla concorrenza di tale mercato». Una tesi già contestata da Acea che farà ricorso: «Conclusioni inaccettabili tratte sulla base di un' ipotesi di cooperazione che non sussiste nei fatti». In ogni caso, in attesa degli sviluppi legali della vicenda, Acea moltiplicherà i suoi sforzi in una politica di espansione nelle regione confinanti. In particolare in Umbria, Lazio e Toscana. Non a caso, in quest' ultima regione, Acea è il socio industriale nell' operazione che ha messo insieme tre diversi operatori al servizio di 2,4 milioni di cittadini. Due settimane fa, a Firenze è stato sottoscritto l' accordo che ha portato alla nascita del secondo operatore dopo la stessa Acea. La nuova società, con 300 milioni di metri cubi di acqua potabile immessa in rete e un fatturato di oltre 300 milioni di euro, viene subito dopo l' azienda romana che di clienti potenziali ne ha 8 milioni. Acea, secondo i particolari resi noti dall' accordo, avrà il 40% del nuovo soggetto che mette insieme Acque Spa, Publiacqua Spa e Acquedotto del Fiora Spa (che corrispondono ai gestori idrici di Firenze, Pisa e SienaGrosseto). E anche questo è un modo per avvicinarsi all' Appennino toscoemiliano. Ora bisognerà superarlo.
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LUCA PAGNI