26 luglio 2007 —
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sezione: ECONOMIA
O ETTORE LIVINI PARMA - Cesare Geronzi «ha dato appoggio a Calisto Tanzi al di là delle regole che presiedono alla valutazione del merito creditizio» approfittando del suo «strapotere decisionale» in Capitalia. Non solo. La banca romana, almeno dal 2002, era «a sicura conoscenza dello stato di decozione delle attività turistiche della famiglia di Collecchio e di quello di insolvenza della Parmalat». E quindi non vi è dubbio che «questi elementi possono costituire un pilastro per sostenere validamente l' ipotesi di consapevole contributo dei suoi vertici alla determinazione del dissesto». La maledizione delle acque minerali colpisce per la seconda volta il neo-presidente di Mediobanca, che comunque non vedrà compromessa la sua posizione fino a quando non arriverà una sentenza definitiva. La prima tegola era arrivata nel febbraio 2006, quando la richiesta di rinvio a giudizio per concorso in bancarotta e usura per l' affare Ciappazzi (le fonti passate dal gruppo Ciarrapico a Collecchio con la pressione, sostiene l' accusa, dell' istituto romano) gli era costata un' interdizione di due mesi. E ieri sulla sua testa sono piovute le 27 durissime pagine di motivazioni con cui il giudice per le udienze preliminari Domenico Truppa ha rinviato a giudizio Geronzi e altri 7 manager dell' istituto, tra cui l' ex ad Matteo Arpe. Il caso Ciappazzi risale a inizio 2002. Quando Tanzi pagò 18 milioni per rilevare le fonti siciliane di Ciarrapico (prive peraltro del diritto d' estrazione dell' acqua) su «suggerimento» di Capitalia in cambio di un finanziamento di 50 milioni della banca romana. Soldi formalmente destinati a Parmalat, ma finiti nelle casse disastrate della Parmatour, il business turistico personale di casa Tanzi. Una partita di giro ad hoc - sostiene il giudice - fatta non solo perché al patron del gruppo emiliano serviva liquidità, ma «soprattutto perché dell' affare aveva bisogno Capitalia» per risolvere la partita Ciarrapico, molto esposto con la banca di via Minghetti. La difesa di Geronzi ha da sempre respinto le accuse, ricordando che non è spuntato un solo documento firmato dal neo presidente di Mediobanca nell' operazione Ciappazzi. Non serviva, sostiene invece Truppa. A Geronzi «bastava un colloquio informale a latere del cda per dare l' input alla struttura per finanziare Tanzi», si legge nel dispositivo. E solo così si spiegano «la fretta, la caoticità e i tanti errori formali» della procedura con cui Capitalia ha concesso 50 milioni in soli 3 giorni e con un' istruttoria d' ufficio all' ex patron di Collecchio. Geronzi - scrive ancora Truppa - era in posizione «apicale e decisionale». Gli altri imputati avevano invece solo un ruolo «attuativo ed applicativo». Arpe compreso. La posizione dell' ex amministratore delegato di Capitalia «va sicuramente ridimensionata alla luce della sua opposizione al finanziamento». Anche se la sua firma sta sotto la proroga del credito che secondo Truppa ha mantenuto artificialmente in vita Parmatour e di conseguenza allungato anche l' agonia di Collecchio. La difesa di Geronzi (già condannato in primo grado per bancarotta preferenziale nel crac Bagaglino e in attesa di un altro possibile rinvio a giudizio sul caso Eurolat) ha preannunciato ieri sia la sua intenzione di costituirsi parte civile contro Tanzi, che quella di ricorrere in Cassazione per «l' abnormità del provvedimento» di rinvio a giudizio. Non tanto per la decisione in sè (viste le testimonianze di Tonna e Tanzi e i documenti raccolti dai pm un proscioglimento era francamente improbabile) quanto per le motivazioni durissime che l' accompagnano. «Il giudice di Parma - ha dichiarato Ennio Amodio, legale del presidente di Capitalia - si è spinto ad esprimere diffusamente il suo convincimento, arrivando a scrivere una vera e propria sentenza di condanna». Il processo Ciappazzi inizierà, con il resto dei tronconi del crac Parmalat, nel marzo 2008. Se i procedimenti resteranno separati e' probabile che possa arrivare a sentenza in tempi brevi. Se invece la Procura di Parma optera' per la riunificazione, una prima sentenza sul giallo delle acque minerali potrebbe arrivare solo in due - tre anni. E il rischio di prescrizione sarebbe molto piu' vicino.
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ETTORE LIVINI