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Tremonti minaccia: Lascio ma il premier resta freddo

ROMA - «Guarda Gianfranco che stavolta sono pronto ad accogliere le tue richieste. Anche sul ministero dell' Economia». Che la luna di miele tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti fosse finita, lo si era capito. Ma ieri, la promessa fatta al leader di An ha segnato qualcosa di più un semplice malessere. Il Cavaliere ha certificato l' esistenza di una "questione Tremonti". Certo, quella battuta scandita davanti al sorbetto al limone con cui premier e vice hanno concluso il pranzo, è stata l' ultima carta di Palazzo Chigi per tranquillizzare l' alleato. Una disponibilità a "scorporare" alcune delle funzioni e deleghe del maxi-dicastero per assecondare il secondo partito della coalizione. Ma non è solo questo. I rapporti tra il presidente del consiglio e Via XX Settembre stanno mostrando uno stress senza precedenti. Al punto che proprio il Cavaliere non esclude un esecutivo con un Tremonti "scorporato". Al punto che il ministro dell' Economia non esclude le dimissioni. E al punto che ieri sera per parlare di conti pubblici, il premier ha preferito convocare Fabrizio Cicchitto e Renato Brunetta piuttosto che il ministro. Non a caso, ieri di buon mattino, il titolare del Tesoro ha chiamato il premier e conto tono grave ha minacciato l' addio al governo. Un momento di tensione acuta che si è poi sciolta in giornata. Ma davanti a quella minaccia Berlusconi ha reagito con freddezza. Come non sarebbe accaduto anche solo sei mesi fa. Una freddezza che si è trasformata in gelo quando, all' assemblea della Confcommercio, si è trovato a dover arginare i fischi dei commercianti. Insomma se c' è una novità in questa lunga verifica di governo, è l' incrinatura nell' asse Berlusconi-Tremonti. Del resto, il feeling tra il ministro e Forza Italia non è mai stato brillantissimo. Basti pensare a quel che è accaduto mercoledì notte nel corso della Consulta forzista. Il premier si è sorbito una serie di lamentele da parte del vertice del suo partito a cominciare dai tre ministri presenti alla riunione: Pisanu, Scajola e La Loggia. Il Cavaliere ha ascoltato per oltre un' ora con i gomiti sul tavolo e con il mento appoggiato tra le mani. «Non possiamo mettere in pericolo la vita del governo - è stato il ragionamento fatto all' unisono dai presenti - per le impuntature di una sola persona. Certi atteggiamenti, anche nei nostri confronti, non aiutano. Non si fa politica in questo modo. E tu, Silvio, ne devi prendere atto. Devi saperlo». Raccontano che sembrava un vero e proprio processo. Di fronte al quale, il premier ha fatto ben poco per frenare l' accusa. Anche lui non risparmiato una serie di appunti: «Sta sempre a beccarsi con Fini. Inutilmente». E allora via alle ipotesi. Chiosate con un filo di voce dal premier: «C' è sempre la commissione europea e magari io assumo l' interim dell' Economia... «. Probabilmente la telefonata di Tremonti al Cavaliere è stata il frutto di tutto questo. Il verdetto della Consulta deve essere stato comunicato in tempi brevissimi all' "accusato". Che ora non conta più sull' appoggio incondizionato della Lega. Quel «io mi dimetto» non deve nemmeno aver meravigliato più di tanto il presidente del consiglio se la risposta è stata solo: «devo prenderti sul serio?». Certo, poi il clima è migliorato nell' arco della giornata di ieri. E anche lo stato d' animo a Via XX Settembre si è rasserenato. è intervenuto anche un colloquio tra Tremonti e Fini, che certo non ha modificato le posizioni tra i due ma non le ha peggiorate. Alla fine così il premier ha tracciato un bilancio positivo. «Se prima la situazione era difficilissima - ha confidato ai suoi - ora abbiamo individuato un percorso. Ora nessuno parla più di crisi». Palazzo Chigi incassa il via libera alla manovrina per schivare l' early warning dell' Ue e in cambio concede agli alleati che sabato in consiglio dei ministri «Tremonti non porterà altro che quella». Su tutto il resto, quindi, dal Dpef alla riforma fiscale, dal federalismo al rimpasto, la discussione riprenderà martedì. Il ministro dell' Economia ancora ieri insisteva sulla possibilità di «fare di più in consiglio dei ministri della semplice manovra» ipotizzando l' esame di un documento «completo». Ma questa volta è la risposta è stata no. «Al massimo - ha ribadito Berlusconi a Fini e Follini - porteremo un documento sulle linee guida del Dpef. Ma nessuna approvazione. Prima c' è il confronto con le parti sociali». Anche il documento della direzione dell' Udc è stato letto con occhi benevoli. «Sul federalismo ad esempio - ha commentato - è ragionevole». Insomma, il Cavaliere ormai legge tutto in una sola ottica: «dobbiamo pensare a salvare il governo». - CLAUDIO TITO