20 dicembre 1999 —
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sezione: AFFARI FINANZA
Sarà più interessante e in qualche caso anche più "creativo", ma basterà questo per compensare l' aumento dell' insicurezza, il rischio di minori diritti e l' accorciamento degli orizzonti lavorativi? "Non voglio sapere se c' è la stazione, ma ditemi almeno che ci sono i binari", dice il segretario della Cgil, Sergio Cofferati. Il problema del lavoro del 2000 passa attraverso lo scambio "più motivazione-meno garanzie", scambio che sarà "ineguale" se non ci saranno interventi che rendano le nuove forme di impiego - instabili, diffuse e precarie - più accettabili dai lavoratori. Più soldi? Più potere decisionale? Più autonomia? Forse, anche se - come rilevano tutti i sondaggi - i giovani, a dispetto del bombardamento culturale sulla necessità di passare a modelli organizzativi sempre più flessibili, mettono ancora al primo posto dei loro sogni il posto fisso. Se non è vero, come viceversa ha recentemente sostenuto il presidente del Consiglio, Massimo d' Alema, che il posto fisso è finito, è altrettanto certo che la quota di lavoro dipendente sul totale diminuirà. Come dimostra l' aumento dei contratti interinali e part time nell' industria, la tendenza è questa e difficilmente si arresterà. Che cos' è che ha messo in moto questo processo? Risponde il sociologo torinese Luciano Gallino: "è accaduto che a partire dall' 80 l' impresa ha operato un gigantesco trasferimento di rischio da se stessa alle persone. L' impresa ha detto ai lavoratori: d' ora in avanti se il mercato va male i problemi sono vostri, non dell' azienda. è la stessa cosa che sta accadendo oggi con le pensioni. Si è imposto un modello ideologico-politico che soltanto adesso comincia ad avere qualche scricchiolìo: la protesta di Seattle contro il Wto non è stata una manifestazione folkloristica e improvvisata, come hanno tentato di dare a credere i telegiornali: là c' erano 150mila persone portate da 100 sindacati diversi". Giorgio Cremaschi, leader della sinistra sindacale della Cgil, è pessimista nell' analisi, ma ottimista sul futuro: "Il barometro del lavoro volge al peggio. Aumenta la precarizzazione, diminuisce il peso del salario, il potere economico-finanziario prevale sui diritti: questo non per un boom della tecnologia nei processi produttivi, ma per una pura questione di rapporti di forza, gli interessi del capitale sono più forti del lavoro". Per Cremaschi, la sfida del futuro è riequilibrare quel rapporto. "Perchè - dice - il lavoro non sparisce, anzi ce n' è sempre di più, non si è mai lavorato tanto". Ci sarà ancora il sindacato, reggerà l' attuale impianto contrattuale fondato sui due livelli di contrattazione? "è indubbio che la precarizzazione del lavoro è un ostacolo enorme e trasforma l' iniziativa sindacale in una fatica di Sisifo. Di fronte alla dispersione del lavoro il contratto nazionale assumerà più valore ancora. Nell' orizzonte europeo, d' altronde, non è altro che un grande contratto territoriale". Flessibilità, chiedono le imprese ai lavoratori. In cambio avrete più gratificazioni, promettono. Quello è il fine: il mezzo è dato da una maggiore propensione alla mobilità (il che implicitamente significa che dopo la flessibilità in entrata, aumenterà anche quella in uscità, cioè il via libera ai licenziamenti) e dalla "formazione continua". è questo l' olio degli ingranaggi. Il presidente degli industriali metalmeccanici, Andrea Pininfarina, prevede per il prossimo futuro "la necessità forte di incrementare le competenze: la formazione deve essere considerata un investimento, non un costo". Secondo Pininfarina, la garanzia del lavoro, "non del posto di lavoro", verrà dalla capacità degli individui di tenersi al passo con la trasformazioni. "Il mondo del lavoro sarà caratterizzato sempre di più - dice Pininfarina - da società di servizi, dove contano in primo luogo non i capitali, ma le competenze e l' innovazione". Gallino, tuttavia, avverte: "Attenzione, in molti casi ciò che i giovani possono aspettarsi non sarà così rivoluzionario come lo si dipinge". La prova? Guardiamo la distribuzione del lavoro: i dati dicono che in Italia quattro milioni di persone stanno nel settore commercio, 3,7 nella sanità, 1,7 nella pubblica amministrazione e due milioni nell' industria alimentare, "tutti settori - dice Gallino - che non dovrebbero, neppure nel futuro, avere un grande evoluzione, a parte l' iniezione di un po' più di tecnologia in più". è l' atteggiamento nei confronti del lavoro che dovrà cambiare. "La vera novità - dice ancora il sociologo torinese - non è la flessibilità, che sta diventando come il basilico nella cucina popolare, un po' come la globalizzazione, ma il fatto che d' ora in avanti le persone dovranno essere più disponibili a creare lavoro da sè e non aspettare che qualcuno gli dica che cosa devono fare". Che cosa cambierà? "Avremo maggiore iniziativa individuale, spazi più ampi, gerarchie più piatte, probabilmente meno burocrazia", prevede Gallino. Che il processo di deregulation del lavoro andrà avanti, ma soltanto per un certo numero di anni, è convinto anche il segretario confederale della Uil, Luigi Angeletti: "Poi accadrà che si invertirà la tendenza e tornerà la necessità di regole perchè la spinta alla deregulation avrà portato a una recrudescenza dei conflitti. Oggi le tendenze neoliberiste sono molto di moda, perchè il percorso della globalizzazione è appena cominciato. "Ma in futuro il processo andrà verso una stabilizzazione". Nel frattempo, il sindacato rischierà non poco. Angeletti però è fiducioso: "Ma una cosa che non succederà sarà la perdita di adesioni del sindacato, che si rafforzerà proprio grazie all' assenza di regole: qualunque lavoratore non appena ottiene un posto di lavoro cerca un sindacato che gli dia una forma di protezione". è per questo che "sarà necessario riorganizzare l' offerta di sindacato, più che la domanda, intercettando un lavoro che in futuro sarà "più diffuso, più precario, meno concentrato fisicamente di una volta".
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di RICCARDO DE GENNARO