04 ottobre 1999 —
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Poteva essere un' alleanza in grande stile, come quella mancata a metà degli anni 80. I protagonisti erano gli stessi, Fiat e Ford. Erano e sono perché le trattative continuano e la partita può riaprirsi. Per ora si sono accontentati di un motore diesel prodotto in comune negli stabilimenti Fiat dell' India e destinato alle fabbriche delle due società in quel paese. Ma a Torino circolano da tempo emissari provenienti da Ann Harbor e i loro colleghi di Mirafiori stanno facendo altrettanto nelle province europee della Ford. Il filo diretto tra le due sponde dell' Atlantico, a quanto si sa, non è stato mai così attivo. Lo scontro per la conquista dell' Ina ha messo in ombra le grandi manovre dell' industria automobilistica italiana. (segue a pagina 4) A ben vedere, però, esiste un collegamento, neppure tanto artificioso, tra i due fatti. Qualcuno dice addirittura che la vittoria della banca di piazza San Carlo sul Leone di Trieste potrebbe accelerare la marcia del Lingotto verso una grande intesa. Fanta-economia? Non del tutto. L' Ifi, ovvero la cassaforte della famiglia Agnelli, che assieme all' Ifil, è parte attiva nella vicenda Ina in quanto titolare di un 4,6 per cento di Sanpaolo-Imi e non soltanto per questo, è il maggiore azionista di Fiat. E si sa che nel caso di una mega-operazione, di acquisto, di scambio o di fusione, è sempre meglio avere un gruppo bancario forte che uno sconfitto costretto a leccarsi le ferite. "Vogliamo essere una squadra vincente" ha dichiarato questa estate al New York Times il presidente Paolo Fresco, con evidente riferimento all' integrazione dei ruoli, il suo e quello dell' amministratore, Paolo Cantarella. "Un manager strategico e uno operativo che vanno bene assieme", è stato il commento di John Welch, big boss della General Electric che oggi siede nel consiglio del Lingotto. Ce la faranno a portare la Fiat del Duemila all' altare del matrimonio? Ci stanno provando e con un impegno mai profuso in passato dai loro predecessori. Lo stanno facendo in un autunno nel quale il gruppo risale la china di conti non eccellenti con l' aiuto di modelli nuovi, accolti dal mercato meglio del previsto. Le condizioni sono dunque buone, ma molti oggi si chiedono se l' interlocutore sia soltanto la Ford. La risposta è no. Quando Fresco e Cantarella dichiarano di essere aperti al colloquio con tutti, dicono il vero. Anche se Ford sembra essere più avanti degli altri. Il motore diesel, prodotto a Kurla, potrebbe essere soltanto l' inizio, per la Fiat che deve rientrare nel gruppo dei grandi dell' automobile impegnati in processo di espansione e per la Ford che non pare abbia risolto i suoi problemi europei con l' acquisto della Volvo. Il libanese-australiano-americano Jac Nasser, numero uno della Ford, un paio di mesi fa ha dichiarato che "la Fiat è una buona azienda, che produce quasi tre milioni di auto, che noi conosciamo bene ma che in questo momento non ci interessa". Con sette marchi e una previsione di vendita di 8 milioni di vetture per l' anno in corso la Ford potrebbe essere nelle condizioni descritte da Nasser. In realtà le cose stanno diversamente e lo si desume anche dal suo progetto 2000. In realtà Nasser ha ancora aperto il dossier Europa e cioè l' andamento di una vasta provincia nella quale vende un decimo della sua produzione con una quota di mercato non del tutto rassicurante. La Ford ha un' altra esigenza di tipo strategico. Come gli altri due colossi americani, General Motors e Chrysler (oggi Daimler- Chrysler), non guadagna grandi quattrini in casa con le vetture, ma recupera ampiamente con i fuoristrada e con i Suv (Sport utility veichles). Fuori dal perimetro Usa deve però fare i conti con un mercato asiatico in parte in crisi e in parte controllato dai giapponesi e con un mercato sudamericano nel quale perdurano le difficoltà del Brasile. I colloqui con Fiat, al di là delle dichiarazioni di Nasser, muovono da queste considerazioni e giustificano ampiamente i contatti. Ora si tratta di vedere quale sarà l' orientamento definitivo di questi negoziati . A Torino circolano in questi giorni voci su un' operazione mirata alla costituzione di una società nella quale i due contraenti avrebbero ognuno un 49 per cento. Le attività coinvolte sarebbero quelle dell' auto. Ciò consentirebbe al gruppo del Lingotto di acquistare dimensioni di maggior sicurezza in Europa, affrontare meglio il mercato asiatico, forse tornare negli Stati Uniti con una presenza che non sia proprio simbolica o di nicchia. Gli americani, per contro, potrebbero migliorare la loro presenza in Europa, avere un buon alleato in Asia, sfruttare la forza di Fiat nell' area del Mercosur. Il modello Ford, con qualche variante, si presta a un discorso con la GM. In agosto s' era sparsa la voce di un "gran rifiuto" opposto dal numero uno del mondo a una collaborazione non meglio precisata con la Fiat. Arrivarono smentite da entrambi i fronti, ma a distanza di un paio di mesi qualcuno giura che un contatto c' è stato anche se non ha avuto seguito. Soltanto un sondaggio. Ci riproveranno? E' probabile. Dall' alto del suo primato planetario la GM avrebbe un interesse all' Africa e la Fiat potrebbe essere strategica ai fine di questo tipo di espansione, o meglio, di conquista di un terreno quasi vergine. Sulla sponda mediterranea dell' Africa si affacciano poco più di 150 milioni di persone, un potenziale mercato di tutto rispetto. In Egitto la Fiat ha stretto di recente un accordo per la produzione, ancora in numero limitato, di vetture, in Marocco è già presente con uno stabilimento. L' estate scorsa l' Avvocato è stato in Libia, ovvero nel paese del colonnello Gheddafi che per dieci anni è stato socio del gruppo e col quale l' Italia ha ripreso normali rapporti. Può bastare tutto questo a giustificare un interesse degli americani? Non completamente ma è già qualcosa su cui si può discutere. Il resto verrebbe in seguito. In Algeria Fiat conta di costruire uno stabilimento il cui progetto viene riesaminato in questi giorni. Se è vero che l' attenzione del Lingotto continua ad essere concentrata sugli Stati Uniti, il cerchio della strategia torinese si chiude con Chrysler in quanto componente dell' asse Stoccarda- Detroit. E' un discorso vecchio che i torinesi, ma forse anche i tedeschi, non hanno mai abbandonato. Si dice che esso sia naufragato su una questione di uomini, nel senso che non si sarebbe trovata un' intesa sulla conduzione di un costituendo colosso mondiale a tre ovvero Daimler-Chrysler- Fiat. E' difficile immaginare che l' ostacolo possa essere stato solo questo, anche se a suo tempo un inghippo del genere mandò a monte l' alleanza con Ford e in epoca più recente quella con Volvo. Al momento, il percorso più credibile dei torinesi sembra essere quello che porta alla Ford. Resta da vedere attraverso quale meccanismo questo si potrebbe concretizzare e quando. C' è da dire che quando Paolo Cantarella schiaccia il piede sul pedale degli accordi parziali non esclude la grande alleanza, ma lavora per questa. L' integrazione del suo ruolo con quello del presidente Fresco è giocata tutta su questo terreno: andare avanti costruendo pezzo per pezzo il mosaico. Si vedrà in seguito se, come qualcuno sostiene, in questo mosaico entrerà anche qualche altro pezzo forte del gruppo torinese. C' è, per esempio, un' ipotesi stando alla quale l' alleanza Fiat passerebe attraverso la vendita di Iveco. Ma queste sono soltanto voci, anche se meno vaghe di chi addirittura chiama in causa la General Electric come possibile sponda americana di un' operazione assai più complessa di un accordo limitato alle attività automobilistiche. L' ingresso di Welch nel consiglio Fiat ha portato legna al fuoco della fantasia. La stessa che vorrebbe un ruolo diverso e più attivo di Franco Bernabè, altro neoconsigliere del Lingotto. Negli ultimi giorni si è parlato anche di un ritorno dell' ambasciatore Renato Ruggiero per il quale era pronta una poltrona di vicepresidente di Fiat prima che optasse per l' Eni. Ma tutto questo è secondario rispetto al progetto al quale stanno lavorando Fresco e Cantarella. Più importante, semmai, è l' esito della partita Ina perché i soldi non possono andare da tutte le parti ma devono servire a progetti mirati. E oggi quel progetto si chiama alleanza: con Ford? Si vedrà.
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di SALVATORE TROPEA