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Lavorare male stanca

Roma "In fin dei conti, l' ufficio non è solo un un luogo di lavoro, ma anche qualcosa di molto simile ad una comunità. E' sul posto di lavoro, infatti, che molti dipendenti creano le loro reti sociali e stringono amicizie" così ha scritto sul New York Times Amitai Etzioni, noto esperto di organizzazione aziendale e direttore dell' Institute of Communitarian Policy Studies alla George Washington University. Per tutti gli anni Ottanta le imprese americane si sono preoccupate esclusivamente della competitività, prestando scarsa attenzione a cose come il senso di appartenenza dei dipendenti o il loro attaccamento al luogo di lavoro. Invece, negli ultimi tempi molti manager si sono resi conto che la maggiore competitività, se è raggiunta a scapito del benessere dei dipendenti, è di breve durata. E quindi, se da un lato alcune aziende americane si sforzano nel ridurre i tempi dedicati allo svago, in particolare le ore passate dai dipendenti a chiacchierare o a navigare in Internet per motivi non professionali (pare che sia circa la metà del tempo di collegamento), dall' altro lato ci sono imprese che si impegnano nel rendere più piacevoli le ore passate sul lavoro. Le iniziative sono le più varie. Per esempio: i "dress down days", cioè le giornate - in genere è il venerdì - in cui è permesso di vestirsi in modo informale (una concessione importante se si pensa che ancora nel 1992 una grande azienda come la Walt Disney ebbe problemi sindacali per le rigide norme di abbigliamento imposte ai dipendenti), fino al permesso di prendersi un paio d' ore per le proprie faccende personali (lo concedono due terzi delle aziende). In altri casi l' obiettivo individuato è invece quello di rafforzare il rapporto di fiducia tra azienda e dipendenti: come nel caso dell' impegno preso da alcuni datori di lavoro nel garantire la privacy rinunciando a leggere le e- mail dei dipendenti (si è scoperto oltre un terzo delle aziende spia la posta elettronica con la scusa di garantire una maggiore produttività e proteggere i segreti commerciali). L' orario di lavoro resta comunque il punto su cui si accentrano maggiormente gli sforzi di migliorare il benessere: oramai il 45% delle società Usa applica orari flessibili. E dove non arrivano accordi e concessioni si interviene di autorità: è il caso della recente direttiva dell' Agenzia per la sicurezza e la tutela del lavoro (OSHA) che garantisce a tutti i dipendenti la possibilità di accedere "tempestivamente" ai servizi igienici durante l' orario di lavoro (fino ad oggi non avevano questo basilare diritto gli addetti alla preparazione degli alimentari, coloro che lavorano alla catena di mantaggio e gli addetti alle televendite). Si arriva poi anche ai casi estremi: il quotidiano francese Le Monde ha riportato la notizia di alcune aziende anglosassoni che avrebbero organizzato veri e propri spettacoli con clown per tirare su il morale dei dipendenti e smorzare i conflitti. I risultati non mancano: un rapporto dell' Istituto della Famiglia e del Lavoro realizzato lo scorso anno e pubblicato pochi giorni fa assicura che gli americani lavorano molto di più di vent' anni fa (la settimana ha superato le 46 ore, mentre era di 43 nel ' 77) e, soprattutto, "che ne sono contenti". Anche nelle aziende italiane si inizia a parlare di "ecologia del benessere" che, come spiega Giorgio Del Mare nel libro Il benessere nel lavoro (Sperling & Kupfer), si esplica in diversi aspetti della vita lavorativa: l' ambiente fisico, i valori, le relazioni interpersonali, l' autonomia, il senso del futuro. E sempre più spesso anche da noi si sente parlare di "marketing" interno, ossia trattare i dipendenti come "clienti"; di allargamento delle responsabilità fino a coinvolgere anche i livelli inferiori; di individuazione e sviluppo delle capacità e potenzialità dei singoli per ottenerne un duplice vantaggio: per l' azienda e per gli stessi dipendenti. Ma se di "ecosistema aziendale" si parla sempre più spesso, poco è ancora quello che viene realizzato in pratica. E, di conseguenza, l' atteggia-mento attuale degli italiani nei confronti del lavoro non sembra essere del tutto positivo. Almeno questo è quanto risulta da un sondaggio fatto su 1.100 lavoratori della fascia impiegatizia da Renato Mannheimer insieme all' ISPO (Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione): si dichiarano "soddisfatti" poco più della metà degli intervistati, e sono soprattutto i dipendenti con qualifica professionale elevata; gli altri si suddividono tra "conformisti" che interpretano il lavoro soprattutto come un "dovere"; gli "stanchi", ossia quelli che percepiscono un "malessere lieve che riguarda ogni aspetto della loro esperienza lavorativa" e rappresentano più di un quarto del campione (sono soprattutto ultracinquantenni, meno istruiti e impiegati nel settore amministrativo); e, infine, i "frustrati", che dichiarano di non sentirsi liberi, reputano di non contare e, quindi, percepiscono come altrui il tempo passato sul lavoro (sebbene nella ricerca vengano definiti tecnicamente come "Fantozzi", in realtà sono particolarmente frequenti tra le donne).