11 febbraio 1997 —
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sezione: ECONOMIA
ROMA - Il settimanale Time lo aveva incluso tra le venticinque star del 'Who' s who' di Davos, col suo bel faccione occhialuto di eterno ragazzo. E lui, Bill Gates, non ha deluso. Lunedì 3 febbraio si è presentato puntualmente al World Economic Forum, nella quiete delle Alpi svizzere, e l' ha fatta da protagonista. Ha tenuto la scena con la complicità del governatore della Banca di Francia Jean-Claude Trichet che, un paio di settimane prima, aveva provveduto a tirargli la volata. In un' intervista ad Alan Friedman dell' Herald Tribune, Trichet si era chiesto perché in Europa non nasca un Bill Gates o uno Steve Jobs per dire un genio dell' information technology, un giovanotto coraggioso american style - così lo definisce - capace con le sue invenzioni di stimolare lo sviluppo e creare nuovi posti di lavoro. Già perché? A Davos, proprio il chairman di Microsoft ha spiegato che, nonostante alcune buone leadership e qualche positivo passo avanti, la distanza dell' Europa dagli Usa è incolmabile. Un giudizio impietoso. E' proprio così? Forse sì, se è vero quanto sostiene il presidente di Intel, Andrew Grove, quando ricorda che gli utilizzatori di posta automatica e di internet sono in America rispettivamente dieci volte e cinque volte più numerosi che in Europa. Quando e perché si è accumulato questo ritardo? Secondo Business Week la risposta all' interrogativo di Trichet va cercata, per esempio, nel fatto che in Francia i lavoratori vogliono andare in pensione a 55 anni, lavorare 32 ore settimanali e farsene pagare 38, rifugiarsi - è il desiderio del 50 per cento dei giovani - in un posto statale. Tutte tentazioni che affliggono anche l' Italia e altri paesi europei. Resta da vedere se sono soltanto queste le ragioni del gap tecnologico. Nessuno lo pensa realisticamente. Così come nessuno pensa che questo sia un problema nato da poco. Se continua a riesplodere con sempre maggiore frequenza è perché ad enfatizzarlo in modo allarmante contribuiscono i dati sull' occupazione. In effetti 18 milioni di senza lavoro sono tanti anche per la vecchia Europa che pure ne ha viste di tutti i colori, ma ora fatica sotto questo nuovo fardello. Per il secondo mercato mondiale, come produttore e consumatore, dopo il Nafta e prima del Giappone e del Mercosur, un tasso di disoccupazione che supera il 10 per cento è un buon motivo di inquietudine. Anche perché se è vero che in alcune sue zone mediterranee la percentuale è molto al di sopra del 20 per cento è altrettanto vero che la Germania di Kohl al 12 per cento di disoccupati è un fatto inedito. Negli Stati Uniti e nel resto dei paesi più avanzati a trovare più facilmente lavoro sono i knowledge workers, cioè i professionisti della conoscenza. L' information technology produce posti di lavoro mentre l' industria tradizionale li va perdendo col passare degli anni. Le automobili si costruiranno sempre di più in America Latina e Asia e comunque per parecchio tempo non si andrà oltre la soglia di 35-40 milioni di vetture vendute all' anno. Mentre già nel 1998 si venderanno nel mondo 100 milioni di computer. Ma perché l' Europa è rimasta schiacciata tra gli Stati Uniti e le Tigri asiatiche che, seppure per strade differenti, sono riuscite ad allungare il passo sulla strada dell' information technology, assicurandosi crescita economica e occupazionale? Bruno Lamborghini, presidente di Eurobit - federazione europea dei produttori di information - e membro del consiglio di amministrazione della Olivetti, mette sotto accusa il sistema protetto del welfare state, i mercati chiusi, il persistere di monopoli, la mancanza di collegamenti tra università e mondo del lavoro. "Insomma tutto congiura contro le nuove attività" dice. "Rimettere in moto questa macchina non sarà né facile né di rapida attuazione. Il problema è europeo ma le grandi disfunzioni sono prevalentemente di marca italiana". Tutto perduto? No. Lamborghini è convinto che nella competizione mondiale vi sia ancora spazio tra Stati Uniti e Asia.
"La creatività è ancora italiana. Un nuovo Bill Gates? In Italia può nascere, in Europa forse". Ma quando poi si vanno ad analizzare le condizioni si scopre che, sia nel nostro paese che nel resto dell' Europa, la strade resta in salita. Con qualche differenza. L' esponente di una banca d' affari americana, che sceglie l' anonimato, riconosce che la responsabilità del sistema finanziario nel ritardo rispetto allo sviluppo tecnologico esiste eccome. Ma fa notare che tra Europa e Italia c' è una differenza quantitativa non qualitativa.
"In Europa i sistemi produttivi sono più vicini tra loro di quanto non lo siano quelli bancari. Volkswagen e Fiat sono più simili tra loro di quanto non lo siano le banche di Milano, Londra e Francoforte. Ciò detto, negli Stati Uniti, chi ha un' idea riesce a farsela finanziare perché può trovare società di venture capital e banche interessate all' operazione". Qualche giorno fa anche il presidente della Bundesbank, Hans Tietmayer ha imputato le ragioni del gap tecnologico europeo alle insufficienze del sistema scolastico, alla scarsa flessibilità, all' incapacità di capire che la globalizzazione avrebbe favorito i paesi più competitivi. Come tutti i grandi monetaristi, Tietmayer, è convinto che un sistema meno rigido avrebbe potuto facilitare lo sviluppo, anche tecnologico, e quindi accorciare le distanze dagli Usa, creando anche posti di lavoro invece che contribuire a farli perdere. Un punto di vista che si scontra, naturalmente, con quello dei sindacati che rifiutano la flessibilità senza regole e garanzie, ma non il problema. Quello sanno che esiste, non lo negano. E da un osservatorio sensibile ai grandi cambiamenti come la Fondazione Agnelli di Torino questo problema appare come una "distrazione" dell' Europa. "La rinuncia del vecchio continente" spiega il direttore Marcello Pacini "ad esercitare un ruolo guida nell' ordine mondiale, lasciato negli ultimi cinquant' anni agli Stati Uniti". Per Pacini esiste il problema della flessibilità, intesa però non come flessibilità del singolo ma della società nel suo complesso. "Bill Gates nasce in Usa perché quella è una società complessivamente più flessibile, creativa, orientata al successo nella quale il discorso del ruolo non è diventato un puro e semplice discorso di posto". Un vizio antico questo dell' Europa e dell' Italia. Quando sul finire degli anni Sessanta l' ingegner Pier Giorgio Perotto progettò nei laboratori Olivetti il "Programma 101", una macchina che anticipava il personal computer ancora ignoto nel mondo, non trovò il clima adatto alle grandi intuizioni. "Avevamo tutti contro, quelli che avrebbero dovuto finanziarlo ci guardavano come visionari" ricorda Perotto oggi presidente della Sogea. "Ci sono fatti culturali alla base del fenomeno: i capi delle aziende Usa sono scelti in base a criteri di competenza di tipo non soltanto economico-finanziario come in Europa.
In America c' è la figura del ricercatore imprenditore che da noi non esiste. E poi ci sono le banche che rischiano e l' università che precorrono i tempi e che riescono a partorire la Silicon Grafics, leader mondiale nel campo delle immagini". Per intenderci, quella che ha creato i dinosauri di Jurassic Park. I dinosauri che l' Europa si è dovuta accontentare di vedere al cinema.
BOX
SENZA LAVORO IN 18 MILIONI GLI OCCUPATI nell' Unione Europea sono 114 milioni, 4 milioni in meno rispetto al '91. I disoccupati sono 18 milioni, pari al 10,8 per cento della forza lavoro. I giovani disoccupati sotto i 25 anni sono 5 milioni pari al 21 per cento. In testa per giovani disoccupati la Spagna col 40 per cento, seguita da Italia, Grecia e Belgio. In Europa la disoccupazione di lunga durata è il 50 per cento di quella complessiva e continua a crescere (in Italia è pari al 63 per cento).
L' Italia e la Grecia sono i paesi a più alta disoccupazione femminile. Entro il '98 è prevista la creazione di 2,3 milioni di posti di lavoro.
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Salvatore Tropea