Sette italiani arrestati per il giornalista ucciso

È entrata ieri in vigore la controversa legge polacca sull'olocausto. Lo scontro diplomatico esploso con Israele, le tensioni con gli Stati Uniti, e le proteste delle organizzazioni ebraiche di tutto il mondo (Italia compresa) non hanno fermato la nuova norma, che prevede fino a tre anni di carcere, per chi attribuisca allo Stato polacco i crimini dei nazisti della seconda guerra mondiale. La legge, però, potrebbe restare non operativa, fino alla pronuncia della Corte costituzionale. Firmandola il presidente Andrzej Duda l'aveva rinviata alla Consulta, che dovrà verificarne la conformità con la Costituzione. Ma a Varsavia l'atteggiamento resta ambiguo: se da una parte si ribadisce la volontà di risolvere nel dialogo le contraddizioni suscitate dalla legge, si fa poi poco, per fermare la crisi diplomatica suscitata dal nuovo provvedimento, ideato per «difendere il buon nome della nazione polacca». BRATISLAVA Sette italiani sono stati arrestati in Slovacchia nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio di Jan Kuciak, il reporter trovato ucciso con la sua fidanzata in casa qualche giorno fa. La pista della 'ndrangheta calabrese è quella più battuta dagli inquirenti, che ieri hanno fermato fra gli altri Antonino Vadalà, 42 anni, imprenditore al centro del reportage del giovanissimo giornalista che scriveva degli affari della criminalità organizzata italiana con i fondi europei in Slovacchia. E proprio i rapporti di Vadalà con due esponenti dell'ufficio governativo del premier Robert Fico (rivelati dall'inchiesta giornalistica pubblicata mercoledì) hanno provocato le prime dimissioni nell'entourage del primo ministro. In questo scenario emerge come la Dda di Reggio Calabria avesse già allertato la Slovacchia sugli arrestati, chiedendo di monitorarne i movimenti. Anche il ministro dell'Interno Marco Minniti è intervenuto sull'omicidio: «Il giornalismo d'inchiesta è ossigeno per la democrazia. Quando muore un giornalista investigativo c'è qualcosa che non funziona in quella democrazia», ha detto, aggiungendo che «le mafie sono così potenti da colpire anche all'estero e in questa campagna elettorale sono sottovalutate». Agli arresti, in Slovacchia, sono finiti ieri anche il fratello di Vadalà, Bruno, 40 anni, e un altro parente, Sebastiano Vadalà, di 45. Durante le perquisizioni nelle case e nelle sedi delle società intestate a questi nomi, a Michalovce e a Trebisov, sono state sequestrate armi, detenute legalmente, e altro materiale, fra cui telefonini, computer e documenti. Fra gli arrestati figurano poi i nomi di Diego Rodà, 62 anni, Antonio Rodà, 58 anni, Pietro Catroppa, 54 anni, e Pietro Catroppa, di 26. «Sono stati arrestati con il consenso del procuratore in quanto persone sospettate», ha sottolineato il capo della polizia slovacca Tibor Gaspar. Nel suo articolo, Kuciak scriveva di quattro famiglie calabresi nell'orbita 'ndranghetista - Vadalà, Rodà, Cinnante e Catroppa - con le mani in pasta in Slovacchia nei settori di agricoltura, fotovoltaico, biogas e immobiliare. Durante la conferenza stampa a Kosice, Gaspar ha escluso la connessione dell'omicidio con la pista della droga, anche se, secondo il Centro delle indagini su corruzione e criminalità organizzata (Occrp), con cui Kuciak collaborava, la polizia italiana sospettava Vadalà di traffico di stupefacenti. Il capo della polizia slovacca ha parlato di una pista nuova, secondo cui l'omicidio del giornalista potrebbe anche essere legato alla sua inchiesta sulla corruzione massiccia nella Corte suprema slovacca. «Stiamo collaborando con l'Fbi e con quattro esperti internazionali», ha detto Gaspar. Alle indagini prende parte anche la polizia italiana, e aiuto è stato offerto dall'Europol e da Scotland Yard. «Già da tempo la procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria aveva ufficialmente posto all'attenzione degli organi di polizia internazionale e della polizia slovacca la necessità di monitorare le attività del gruppo dei calabresi arrestati perché sospettati di essere coinvolti nell'omicidio del giovane giornalista e della sua compagna», ha detto il procuratore facente funzioni di Reggio Calabria Gaetano Paci, che ha sottolineato «l'affermarsi del "modello 'ndrangheta", capace di instaurare relazioni collusive con segmenti dell'establishment politico e amministrativo locale e condizionare a proprio vantaggio in maniera distorsiva e determinante in senso negativo i poteri locali nei territori in cui uomini della 'ndrangheta si riposizionano».